3. Patrick Leigh Fermor

Londra, 11 febbraio 1915 – Worcestershire, 10 giugno 2011.

Patrick Leigh Fermor è la massima approssimazione all’archetipo del viaggiatore di cui disponga il nostro mondo.

Patrick_Leigh_Fermor
Leigh Fermor, ph. by Dimitri Papadimos via Wikipedia (CC-BY-SA 3.0)

Così si legge sul risvolto dell’edizione  di quello che probabilmente è il suo libro più famoso: Mani – Viaggi nel Peloponneso (Adelphi, 2004).

In effetti, quando incomincia la sua carriera da nomade con un viaggio a piedi da Londra a Istanbul, Sir Paddy (Patrick era figlio di un baronetto inglese, Lewis Leigh Fermor, famoso geologo) è giovanissimo: è il 1933; alle sue spalle ci sono solo alcuni trascorsi da studente ribelle mentre, poco oltre la curva, è destinato a incontrare – come molti suoi coetanei – il mostro del Nazismo.

Lo scrittore nascerà molto più tardi, dopo il paracadutista – pluridecorato perchè rapitore del generale tedesco Kreipe, comandante di Creta – e dopo il viaggiatore, ma gli appunti presi durante quel primo, epico viaggio, saranno materia per due volumi, “Tempo di regali” (1977) e “Fra i boschi e l’acqua” (1986) che, pur essendo scritti a notevole distanza dall’esperienza diretta, rendono partecipe il lettore di un mirabolante pellegrinaggio dall’Europa occidentale al Vicino Oriente, da Olanda e Germania, lungo rotta balcanica, fino alle porte di Bisanzio.

Questo non è un individuo che proietta le sue diapositive su uno schermo decenni dopo, né un ragazzo che torna da un viaggio e risfoglia le pagine del suo taccuino (o del suo blog). È il secondo sguardo di Fermor a essere cruciale, è la passione del dettaglio goduto con pienezza, ritrovato e restituito nella sua autentica essenza — e cioè nell’esattezza della parola. (Giorgio Fontana, Patrick Leigh Fermor e la letteratura di viaggio DoppioZero).

In realtà i volumi sarebbero dovuti essere tre, ma l’ultimo – “La strada interrotta” – rimase incompiuto e fu terminato da Artemis Cooper e pubblicato postumo da John Murray nel 2013.

Questo è un bel documentario della BBC sulle avventure di Sir Paddy, girato quando il nostro era ancora in vita; è in inglese e non ci sono i sottotitoli, ma vale la pena darci un’occhiata perché le immagini offrono uno spaccato interessante sull’Europa pre e post bellica, potete sentire Fermor che racconta alcune sue esperienze di viaggio e scoprire alcuni aspetti della sua amicizia con Bruce Chatwin, oltre che vedere la casa di Sir Paddy a Kardamyli, il villaggio del Mani nel quale visse dopo la fine della guerra e scrisse molti dei suoi libri.

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Mani – Viaggi nel Peloponneso

Questo viaggio lungo e affascinante, come quelli che l’hanno preceduto e seguito, è stato affare di innumerevoli tragitti in corriera, di lunghi tratti a cavallo, a dorso di mulo, a piedi , su vapori e caicchi interinsulari, e molto di rado, per un paio di settimane sibaritiche, su uno yacht. Quando alla fine mi fermai, il numero di taccuini orecchiuti e fittissimi che avevo riempito per strada faceva spavento.

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Così scrive Leigh Fermor nella prefazione a “Mani – Viaggi nel Peloponneso” (apparso per la prima volta nel 1958).

“Mani” però è ben più di un racconto di viaggio: è un compendio storico e antropologico sulla vita e la cultura degli abitanti di una delle regioni più selvagge e misteriose d’Europa, terra dei nikliani, guerrieri indomiti, pirati e costruttori di torri e di una molteplicità di miti e leggende risalenti all’epoca antica e medievale.

Uno dei miei passi preferiti è quello nel quale Sir Paddy ci racconta della “omerica” accoglienza e ospitalità ricevute a Vathia, il famoso villaggio turrito dell’Alto Mani, non solo perché  smentisce la fama di xenofobia affibbiata alla regione e ai suoi abitanti, ma anche perché è l’emblema dell’atteggiamento greco nei confronti dello straniero che ho ritrovato anch’io decine di volte, da Atene a Santorini, da Karpathos al Peloponneso, da Rodi, Corfù e Kithira a Creta.

Non esiste descrizione migliore del soggiorno di uno straniero presso la dimora di un pastore greco di quella di Odisseo travestito quando entra nella capanna del porcaio Eumeo a Itaca. C’è ancora la stessa accettazione senza domande, l’attenzione ai bisogni dello straniero prima ancora di saperne il nome (…). E tutto viene fatto con semplicità e senza smancerie e con una gentilezza così genuina da rivestire di magnificenza e di stile la capanna più sgangherata. Quella sera, però, ci fu un cambiamento nel consueto rituale omerico. Dopo aver bevuto l’ouzo nel cortile murato ai piedi della torre, il padre di Vasilio disse: “E’ una serata calda. Mangiamo al fresco.” Prese una lanterna e ci precedette nella torre. Lo seguimmo su per le ripide scale di legno, un piano dopo l’altro, finché ansanti per l’arrampicata ci trovammo su un tetto a terrazza quadrato di sei o sette metri di lato, circondato da un basso parapetto. Da sotto comparvero delle sedie e Vasilio prese un rotolo di corda e la sciolse giù nella notte, ritirandola, dopo uno scambio di grida con qualcuno venti metri più in basso, con un tavolo tondo di latta legato a un capo. Tirò fuori e stese una tovaglia bianca pulita e mise al centro una lanterna, inserendo un cerchio d’oro nel chiaro di luna. Le nostre facce, presto raccolte intorno  un agnello arrosto che sperai non avessimo già incontrato, erano illuminate da un lieve barbaglio dorato che svariava a un argenteo pallore lunare, mentre mascelle e orbite si marcavano d’ombra se ci si ritraeva dal cerchio della lanterna. La corda, all’estremità della quale era stato ora legato un grosso cesto, fu calata nuovamente più volte nel buio per prendere altro vino e altro cibo. La notte era quieta. Poiché la cima della nostra torre era la più alta di Vathia, le altre erano invisibili, e pareva di cenare a mezz’aria su un tappeto magico aleggiante tra vaghi recessi montani. (pgg. 178-180)

Leggere Fermor è incontrare la migliore letteratura di viaggio. Il dato autobiografico, onesto e diretto, si unisce continuamente a riferimenti poetici, artistici, storici ed è proprio questo ricco tessuto narrativo a rendere le sue pagine un arazzo meraviglioso, pieno di colori, personaggi e avventure. Che altro aggiungere? Se amate viaggiare, anche rimanendo sul vostro divano, leggetelo.


I libri di Patrick Leigh Fermor tradotti in italiano

Dal sito di Adelphi:

La strada interrotta, 2015
Fra i boschi e l’acqua, 2013
Tempo di regali, 2009
Mani. Viaggi nel Peloponneso, 2004

L’albero del viaggiatore. Viaggio alle isole dei Caraibi, Garzanti, 1957

I violini di Saint-Jacques. Un racconto delle Antille, Feltrinelli, 1962

In Wikipedia, invece, trovate l’elenco completo delle opere.

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