4. La Lanterna di Trieste

L’Adriatico non è solo una via d’acqua; è anche una via lattea. Le sue torri luminose punteggiano la notte ogni 25 miglia. Ma la costellazione più affascinante non parte da Venezia. Comincia a Trieste, prosegue in Istria con Punta Salvore, e poi via giù, con San Giovanni in Pelago, Porer davanti a Capo Promontore, Sànsego, e avanti ancora, fino in Montenegro, oltre le Bocche di Cattaro.
(Paolo Rumiz)

Lanterna_01
La Lanterna è stato il primo Faro (ormai in disuso) di Trieste

La Lanterna è uno dei due Fari di Trieste (il secondo, e più recente, è il Faro della Vittoria) e sorge praticamente in centro città, alla fine del Molo Fratelli Bandiera.

Il Faro, progettato dall’archistar del tempo, Matteo Pertsch, autore di gran parte della Trieste neoclassica, entrò in funzione l’11 febbraio 1833.

Una bella coincidenza, perché quando decisi di provare a visitarlo, la domenica pomeriggio dell’11 febbraio 2018 esattamente dopo 185 anni – mentre passeggiavo con il mio cane sulle Rive e lo guardavo svettare, come mille altre volte, oltre il canneto di barche a vela che riempie la Sacchetta, proprio non lo sapevo che fosse il suo compleanno.

Non sapevo nemmeno se sarei riuscita nella mia impresa, a dir la verità. Attualmente la Lanterna è sede di un Circolo privato e, alla base, ospita un ristorante riservato ai Soci, quindi le probabilità di salire fino alla cima della torre alle tre di una domenica pomeriggio di Carnevale erano ragionevolmente basse.

Comunque, avete presente quando sentite di dover provare?

Così continuai a camminare, con Viola al mio fianco, fermandomi di tanto in tanto a scattare qualche foto, finché non mi ritrovai alla fine del Molo.

Lanterna_02La Lanterna è l’unico faro in stile austro-ungarico delle coste italiane. Costruito in pietra carsica su quello che nel 1700 era lo Scoglio dello Zucco, poggia sopra un basamento cilindrico che ha una circonferenza di 60 metri, mentre la torre ne misura circa 30.

Sul muro, a sinistra della porta, due targhe: una della “Lega Navale Italiana, Sezione di Trieste” (più una breve storia del Faro, dalla costruzione ai giorni nostri), l’altra che segnala la fermata di uno degli itinerari letterari della città, dedicato a Umberto Saba, il quale – come si legge – ambientò nei paraggi alcune sue poesie: In riva la mare, Il Faro e Il pomeriggio.

Sulla porticina, invece, un orario di segreteria: DOMENICA – CHIUSO.

Scattai una foto con l’idea di ritornare e ormai avevo girato i tacchi quando sentii la porta aprirsi e uscirono tre o quattro persone.

Presi la palla al balzo. “Scusate, forse è possibile visitare il Faro?”

“Certo, salga al ristorante e chieda alla signora.”

Entrai, trascinando Viola su per una breve e ripida rampa di scale.

Aprii una seconda porticina e mi ritrovai in un ambiente caldo, tutto rivestito di legno scuro, con le finestrelle che assomigliavano a oblò. Sembrava di essere all’interno di un veliero.

Nella sala sulla destra qualcuno stava finendo un buon pranzo di pesce.  A sinistra, un bel bancone in legno delimitava, insieme a un tavolino, un divanetto in pelle e un paio di poltrone in stile marinaro, l’angolo del bar.

“Buonasera… Forse è possibile salire in cima al Faro?”

“Certo, vado a prendere le chiavi e le apro la porta!” rispose una signora gentilissima che doveva proprio essere la gestrice. “Ma ci lasci qui il cane, poveraccio. Sono 123 scalini, si vede che è buona; la leghi alla poltrona, intanto le porto un po’ d’acqua.”

Sistemai Viola e corsi – letteralmente – su per la scala a chiocchiola. Ero così felice che nemmeno il sovrappeso e le sigarette riuscirono a fermarmi.

Lanterna_03Arrivai in una stanza circolare dalla quale parte una scaletta che porta al ballatoio tramite una botola e che … non mi sembrava andare particolarmente d’accordo con il mio problema di vertigini!

“Col cavolo. Io ci vado lo stesso” mi dissi.”Non posso… Basta che non guardo sotto.”

Stavo sudando; mi sbottonai l’imbottita e incominciai a salire stritolando il corrimano.

Quando sbucai fuori con la testa, faccia a faccia con una lampada tonda e polverosa e vedendo i vetri della lanterna tutto intorno, la bellezza di ciò che stava oltre mi diede la spinta finale per tirarmi su e uscire senza guardare i gradini e il buco di sotto.

Lanterna_05Prima che nel 1927 venisse costruito il Faro della Vittoria a Gretta, la Lanterna aveva una portata luminosa di 16 miglia marittime. All’inizio la lampada funzionava a gas, poi a gasolio.

Paolo Rumiz ne “Il Ciclope”, affascinante resoconto della sua permanenza nel Faro di Pelagosa, dedica qualche riga anche alla Lanterna di Trieste; più precisamente, si tratta di un ricordo di quando, bambino, era salito proprio dove adesso mi trovavo io, e sotto:

 

C’era un gran traffico di pescatori; scaricavano quintalate di sgombri davanti alla pescheria grande. Nonna Onca, al secolo Veronica [l’ultima inquilina del Faro, n.d.r.] non sapeva nuotare, ma la sua vita si era consumata nel Mediterraneo. In un faro si era sposata, in un faro aveva trascorso la luna di miele, in un faro aveva partorito sei figli tra le due guerre. (…) Sei figli e sei fari: Porer, sulla punta meridionale dell’Istria; Pelagosa, al largo di Curzola; Faresina, sull’Isola di Cherso; Fasana e Scoglio Olivi dalle parti di Pola e san Giovanni in Pelago presso Rovigno. Poi era venuta la Lanterna, ultima destinazione del marito, il fanalista capo Giovanni Rakic (…) Nei fari si nasceva e si moriva; e Onca rimase alla lanterna fino alla fine, circondata da uno stuolo di nipoti che, all’ombra della torre, impararono la vita allo stato brado. (…) La Lanterna piena di famiglie – i Corbatto, gli Zaratin, i Maurel, i De Stalis –  ma, in quella corte dei miracoli, la regina era lei. Nonna Onca non stava al faro. Lei era il faro.

Girai un paio di video che non rendono minimamente giustizia a quello che si vede da lassù e poi scesi, senza temere le vertigini, felice come una bambina alla quale hanno fatto un regalo.

Quando fui di nuovo nel ristorante trovai Viola che dormiva tranquilla con il muso accanto alla ciotola dell’acqua.

“Ha visto che bello? Si accomodi cinque minuti, prego” disse la signora. “Le porto qualcosa?”

“Un prosecco, grazie”, poi mi sedetti in poltrona e diedi un’occhiata al giornale, mentre la luce del pomeriggio, oltre la finestrella-oblò, si faceva d’oro.

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