9. Due giorni a Mostar

La città sul fiume

La città di Mostar sorge sul fiume Neretva e prende il nome dall’antico e ormai famoso ponte, lo Stari Most (Ponte Vecchio), che fu distrutto nel 1993 durante la guerra di Bosnia e ricostruito definitivamente nel 2004, diventando poi sito UNESCO.

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Mostar. Sulla sinistra la Moschea Koski Mehmed-Pašha (ph. Riccardo Cepach

Se avete letto i post su Sarajevo e il Montenegro ormai vi sarete accorti del mio amore per i Balcani.

Dalla Croazia alla Macedonia, al Peloponneso, queste sono terre che, una volta percorse, non lasciano indenni. Ti entrano nel sangue.

Questo è davvero il cuore dell’Europa, con le sue contraddizioni, la sua storia travagliata, cruenta e, insieme, poetica, sempre in bilico fra Oriente e Occidente, e la sua inimitabile bellezza.

«L’esistenza nella cittadina si faceva sempre più vivace, sembrava sempre più ricca e ordinata e assumeva un passo uniforme e un equilibrio fino ad allora sconosciuto, quell’equilibrio cui ovunque e da sempre tende ogni cosa ma che viene raggiunto solo raramente, parzialmente e per poco tempo.»

Così scrive Ivo Andrić (premio Nobel per la letteratura nel 1961) ne “Il ponte sulla Drina”, un romanzo storico che narra la vita di Višegrad, un piccolo centro al confine fra Bosnia e Serbia.

Come a Mostar, anche a Višegrad c’è un ponte che risale allo stesso periodo e che rimane silenzioso testimone, nel corso dei secoli, dell’avvicendarsi delle generazioni, degli Imperi e delle religioni.

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Stari Most e le due torri, i mostari, cioè “le guardiane del ponte” (ph. Riccardo Cepach)

Stari Most – Il Vecchio Ponte

Stari Most è un ponte a schiena d’asino alto più di 20 metri che risale al periodo ottomano (fu fatto costruire nel XVI secolo dal Sultano Solimano il Magnifico) e attualmente è il simbolo della città e della riconciliazione fra cristiani e musulmani dopo i massacri della guerra della ex-Jugoslavia.

Stari Most è famoso in tutto il mondo anche per la pratica dei tuffi che pare fosse in voga già da secoli come gara di prodezza: l’altezza è notevole e l’acqua della Neretva freddissima!

Ma forse non è solo una tradizione di lunga data riproposta per attirare lo sguardo dei turisti.

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Tuffo dal ponte di Mostar (ph. Riccardo Cepach)

Nell’esibizione, invariabilmente, mi parve di percepire altro. In fin dei conti, lanciarsi da un ponte è simbolico. Dal ponte si lancia chi è disperato.

A Mostar, come nel resto della Bosnia, un quarto di secolo fa un’intera generazione di giovani fu sacrificata al gelido orrore della guerra e, dunque, la posizione da “Cristo in croce” del tuffatore che vedete nella foto, colta dallo scatto poco prima che si piegasse in avanti per completare il tuffo, per me assume il senso di un “in memoriam” di quanti sono morti, spesso nel fiore degli anni, durante il conflitto.

Quella della ex-Jugoslavia fu una guerra “alle porte di casa”, specialmente per noi triestini.

Allora ho ripreso in mano “Maschere per un massacro”, il libro di Paolo Rumiz scritto poco prima che l’eccidio di Srebrenica venisse sbattuto in faccia all’Occidente, complice nell’aver dapprima sostenuto le aberranti volontà di Milošević, Tuđman, Karadžić, e poi nell’essersene lavato le mani (Qui un documentario su Srebrenica, con una visione diversa, che consiglio di vedere).

Il libro di Rumiz riporta una dedica:

ai colleghi triestini Dario D’Angelo, Marco Luchetta e Saša Ota, morti per raccontare la verità, Mostar 28 gennaio 1994

A Luchetta, Ota, D’Angelo, la troupe TV della sede RAI di Trieste, è stata intitolata una Fondazione, cui si è aggiunto il nome di un altro operatore TV di Trieste, Miran Hrovatin, ucciso sempre nel 1994, ma in un altro teatro di violenza: Mogadiscio.

Se volete sapere come andò quel giorno a Mostar, leggete qui.

Bazar, case ottomane e moschee

Oggi sul ponte di Mostar potete passeggiare tranquillamente, fermarvi a bere un caffè bosniaco (bosanska kava), cioè un caffè turco, in uno dei tanti chioschi del vecchio bazar Kujiundziluk (da kujiundzija: orefice) e sorridere (ma nemmeno tanto) di fronte alle T-shirt appese fuori dalle innumerevoli bancarelle di souvenir.

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Fu proprio in una di queste che Mati si innamorò di un bichaq (finto, ovviamente), il pugnale dei fanti ottomani, portato anche dai civili come arma da difesa.

Qui ci vedete tutti e tre nel cortile di una delle residenze ottomane di Mostar, la bellissima Bišćevića kuća (le altre sono la Kajtazova e la Muslibegovića).

Bišćevića kuća (Casa Bišćevića) è un gioiello risalente al periodo della dominazione ottomana in Bosnia (XVI-XIX sec.). La casa si affaccia sul fiume Neretva e fu costruita da una delle famiglie più influenti dell’epoca, i Bišćević.

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Bišćevića kuća – Mostar (BiH)

A Mostar, inoltre, ci sono anche alcune moschee come la Koski Mehmed-Pašha (ottima per il panorama sulla città), Karađozbegova (la più grande) che contiene anche una biblioteca, e la Moschea Nezir-aga, la più antica, che si trova proprio nel centro storico.

Ma in questa città, diventata simbolo di Pace, c’è molto di più.

Quindi, oltre al consiglio di fare un viaggio nei Balcani, vi lascio con le immagini della distruzione di Stari Most perché essa fu una distruzione simbolica, che non aveva senso dal punto di vista strategico.

E in un mondo sempre più violento e diviso, certe immagini servono. Perché ricordare, forse, può aiutare a non ripetere.

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