4. Normandia, l’ultimo viaggio in due

Io e il dottor C avremmo voluto fare un giro nelle Repubbliche Baltiche solo che, ormai, avevo superato il settimo mese di gravidanza e c’era la possibilità che non mi ammettessero a bordo. Non so se è ancora così, ma all’epoca funzionava che compravi il biglietto aereo e poi magari restavi a terra perché il comandante non se la sentiva di rischiare che partorissi in volo.

Fatto sta, cambiammo meta. Doveva essere un posto raggiungibile via terra in un numero di ore accettabile.

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Gare de Lyon, Parigi. Aprile 2005 (ph. Riccardo Cepach)

Qualche giorno a Parigi e poi altri dieci in Normandia (quindi treno + macchina) ci sembrarono una soluzione onorevole per il nostro ultimo viaggio in due.

Non è mica cosa da poco, eh?

Parlo per me, ma a ogni tappa ero preda di sentimenti contrastanti: da un lato soffrivo già della nostalgia di non poter più condividere la bellezza del viaggio e della scoperta solo con il dottor C; dall’altro, mi impegnavo a raccogliere “informazioni” (sapori, colori, odori) da far arrivare al “terzo”, comodamente piazzato nella mia pancia. Era una specie di atto magico: serviva a propiziare la nascita di un essere che amasse viaggiare.

Quando si è a quello stadio gli ormoni battono in testa come picchi sul tronco, è vero. Tuttavia, mi piace crederlo, un po’ della magia evocata in Normandia ha sicuramente avuto effetto.

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Museo d’Orsay, Parigi (ph. Riccardo Cepach)

La Normandia al Museo d’Orsay

Non si può parlare di Parigi in un racconto solo né, tanto meno, in una storia che poi si sposta altrove. Forse un giorno dedicherò un post esclusivamente alla città; per il momento accontentatevi di qualche immagine del Museo d’Orsay, che è il tempio dell’Impressionismo e sul quale potete trovare info utili qui.

Perché proprio la Gare d’Orsay?

Perché qui il dottor C decise di fare un gioco simpatico e fotografare alcuni famosi quadri di Monet e Courbet nei quali sono rappresentate alcune delle bellezze normanne che noi avremmo incontrato di lì a pochi giorni (e che voi, invece, potete vedere continuando a leggere).

La prima è la Cattedrale di Rouen.

Claude Monet (Parigi, 14 novembre 1840 – Giverny, 5 dicembre 1926) realizzò 5 dipinti dedicati alla cattedrale di Rouen, ritratta in diversi momenti della giornata e con differenti condizioni di luce.

Quella che vedete qui sopra è “La Cattedrale di Rouen, in pieno sole” che, insieme a quella “primo sole” e “effetti di luce mattutina”, si trova a Parigi al Museo d’Orsay. 

Le due rimanenti, invece, con la Cattedrale immersa nella luce del mezzogiorno e del tramonto, si trovano a Mosca, nel Museo Puškin.

Ma non basta. Della Normandia Monet ritrae anche una famosissima scogliera, la Falaise d’Aval, che si trova presso Étretat, un paesino di pescatori gettonatissimo dagli artisti dell’epoca e ora meta di frotte di turisti “sulle tracce” degli Impressionisti.

La Falesia d’Aval era davvero una star e anche Gustave Courbet (Ornans, 10 giugno 1819 – La Tour-de-Peilz, 31 dicembre 1877) le dedicò un quadro: “La Falaise d’Étretat après l’orage”.

La Senna Marittima: Rouen

Da Parigi a Rouen, il capoluogo del dipartimento della Senna Marittima, ci vogliono circa due ore di macchina.

Rouen è una città ricca di storia e arte, famosa non solo per la sua Cattedrale dedicata, come a Parigi, a Nostra Signora, ma anche per il centro storico, composto dalle case con i muri “a graticcio”.

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I muri a graticcio di Rouen (ph. Riccardo Cepach)

Rouen è la città di Giovanna d’Arco, la pulzella accusata di eresia e bruciata viva il 30 Maggio 1431 nella Piazza del Mercato Vecchio.

In seguito, Giovanna fu riabilitata come eroina nazionale (fu colei che guidò la riscossa contro gli Inglesi durante la Guerra dei Cent’Anni) e santa cattolica (dal 1920) patrona di Francia.

A Rouen nacque Gustave Flaubert, autore di “Madame Bovary”, al quale è dedicato un Museo che espone la collezione di famiglia relativa alla Storia della Medicina dal Medioevo all’inizio del XX Secolo.

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Abbaye de Jumièges

Se potete, oltre a girare per le vie del centro, visitate l’Aître Saint Maclou, un gigantesco ossario costruito durante la Peste Nera che colpì la città nel 1348… e fate una gita presso le rovine dell’Abbazia di Jumièges.  L’abbazia, in stile romanico, risale al 654 d.C., anno nel quale fu fondata da San Filiberto. Dista solo mezz’ora da Rouen ed è un luogo davvero suggestivo, immerso in un parco con alberi secolari molto vicino alla Senna.

La Senna Marittima: Dieppe e la Côte d’Albâtre

Da Rouen ci spostammo a Dieppe con l’idea di percorrere la Costa d’Alabastro fino a Étretat.

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Dieppe (ph. Riccardo Cepach)

Dieppe è famosa come centro balneare, ha un castello risalente al XV secolo e una bella chiesa, dedicata a Saint Remy.

Salendo sulla Falesia est dal quartiere Pollet, dove abitavano i pescatori, si arriva alla chiesa di Notre-Dame-de-Bon-Secours, eretta a memoria dei marinai dispersi in mare. Proseguendo verso sud-est arrivammo a Étretat, che come ormai sapete, era il paradiso degli artisti a cavallo fra Ottocento e Novecento.

Qui lo spettacolo della natura è davvero magnifico. Il villaggio di pescatori è racchiuso fra le due scogliere più suggestive della Costa d’Alabastro, la Falesia d’Amont e la Falesia d’Aval.

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ph. Riccardo Cepach

Dopo aver dato sfogo al gusto per la geometria con i graticci di Rouen, come Monet, Corot e Courbet, anche il dottor C si lasciò ispirare dalla Natura di Étretat e iniziò la sua serie fotografica dedicata agli animali scegliendo, in qualità di primo soggetto, il malevolo pennuto noto come gabbiano.

Per riuscire a fare questa foto siamo rimasti sulla Falesia per almeno due ore. Poi ditemi che non sono paziente.

Il Calvados e Honfleur

Preciso subito che non siamo andati a Omaha Beach e nelle spiagge del D-Day.

Forse perché la presenza invisibile di Matias ci voleva lontani dal dolore, forse perché la regione ha così tanto altro da offrire, preferimmo perderci in una campagna dai colori soprannaturali, specie in primavera, punteggiata di fiori e villaggi da fiaba.

Da queste parti vale la pena rimpinzarsi di formaggio, comprare qualche bottiglia dell’omonimo liquore (il Calvados, appunto) e di Pommeau, un misto di succo di mela e calvados.

Nel Calvados il dottor C passò a nuovi soggetti da ritrarre. Dall’isterico rapace marino si giunse al bovino (singolo o in gruppo) come emblema della saggezza degli ambienti contadini.

Qui sotto, possiamo vedere due fotografie con vacche. Le immagini sono ispirate a famose copertine di vinili dei bei tempi andati.

Avete indovinato quali sono? Scorrete sulle immagini…

Inoltre, a Honfleur c’è un gioiellino di Museo, le Maisons Satie, che merita senz’altro una visita.

Erik Satie, compositore e musicista francese, passò la sua vita fra la Normandia (dove nacque, proprio a Honfleur, nel 1866) e Parigi (dove morì, nel 1925).

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Maisons Satie, Honfleur (ph. Riccardo Cepach)

Oggi, la sua casa natale è diventata un museo interattivo nel quale si può girovagare fra stanze e oggetti che suonano, come se ci si trovasse in una specie di incantesimo musicale che, talvolta, ricorda le tele di Hieronymus Bosch.

Qui potete guardare un bel video per fare un giro nelle Maisons ascoltando la musica di Satie.

Eh, sì, il Calvados è davvero un sogno. Ma ora è venuto il momento di spostarci ne La Manche, verso il Mont Saint Michel.

La Manche e Le-Mont-Saint-Michel

Nei dintorni di Avranches ci sono piccole località come Montviron nelle quali si può trovare una sistemazione “tattica” per visitare Granville, la città portuale che ha giurisdizione anche sulle Chausey, le uniche isole francesi nel Canale della Manica, e il Mont Saint Michel.

A Montviron, consiglio il Manoir de la Croix, una “residenza di charme” che vi permetterà di coccolarvi un po’ e fingere, per un paio di giorni, di essere dei nobili di campagna.

A Granville (qui un breve video panoramico), spingetevi fino al promontorio sul quale sorge il Faro per godere di una vista impagabile sulla Manica.

Oltre a questo, la cittadina offre diversi scorci interessanti e c’è anche la Villa Dior, un Museo nel quale si può scoprire l’infanzia dorata di Christian.

Le Mont Saint Michel

Non c’è niente da fare. Si può tentare di uscire dal cliché quanto si vuole, ma la rocca dell’Arcangelo è la star indiscussa di questo tratto di costa.

D’altro canto, è davvero un posto unico al mondo.

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Mont Saint Michel (ph. Riccardo Cepach)

Quando ci arrivi davanti, anche se il tempo e nuvoloso, anche se vedi i pullman e sai che le orde di turisti affetti da “devozionismo” o “misterite” sono pronti all’assalto, nonostante questo, il brivido è garantito.

Allora, incominci la salita.

Lentamente, entri nel borgo fortificato. A ogni metro hai il desiderio di guardare giù.

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Sotto, e intorno, c’è una distesa di sabbia che rende – se possibile – ancora più irreale la scena. Te la immagini coperta d’acqua, al salire della marea quelle venti volte all’anno.

Una barriera naturale invalicabile, come il lago di ghiaccio bollente nel quale fu precipitato il Dragone.

Se alzi lo sguardo, invece, vedi Michele Arcangelo: è lontanissimo lassù, nel punto più vicino al cielo. C’è ancora tanta strada da fare.

L’ascesa, in posti come questo, è sempre una metafora.

La cittadella è un purgatorio nel quale anime senza pace si aggirano fra negozi e bar; l’umano (e io che sono incinta, rappresento due umani in un corpo solo) a una certa ora deve fare merenda, non ci son santi che tengano.

Dopo uno spuntino salato e un bicchiere d’acqua siamo pronti a ripartire verso il sancta sanctorum, l’abbazia costruita inizialmente come eremo dal vescovo di Avranches, Sant’Auberto, che – secondo la leggenda – si beccò dal Guerriero Celeste una ditata nel capo, perché era rimasto sordo ai primi due richiami.

“Zuccone di un Auberto! Ti ho detto che devi costruirmi una chiesa sulla roccia! Cosa aspetti?”

Si dice che il dito di San Michele perforò il cranio del vescovo distratto, il quale non potè far altro che obbedire, anche se poi furono i monaci benedettini a tirar su l’abbazia quasi duecento anni dopo (nel 900 d.C.).

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Vero è che qui gli stili architettonici si sono susseguiti nel corso dei secoli, passando dal carolingio al romanico, al gotico e formando però un sito che fu in grado di resistere all’assedio più lungo di tutto il Medioevo: quello inglese, durato ben 11 anni (1423-1434).

Con la Rivoluzione Francese e l’anticlericalismo, Mont Saint Michel venne abbandonato dai monaci e trasformato in prigione.

Il carcere fu chiuso in epoca napoleonica ma l’abbazia ritornò a una comunità monastica appena nel 1969.

Come in tutte le abbazie benedettine, il chiostro è essenziale e ben curato. Le sale interne, in pietra, sono spoglie. Tutto qui richiama lo stile di vita monastico, in netto contrasto con il brulicare di alberghi, negozi e taverne che riempiono ogni centimetro del borgo fortificato sottostante.

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Nessun mistero, però: le Chemin du Mont-Saint-Michel o Chemins du Paradis, i Cammini del Paradiso, erano rotte di pellegrinaggio già in voga quasi un secolo prima dell’apertura del Cammino di Santiago e vedevano avvicinarsi alla rocca migliaia di pellegrini, provenienti da tutte le parti d’Europa e, in particolare, da altri centri spirituali dedicati a Michele, come la Sacra di San Michele (Italia, Piemonte) e il Santuario di San Michele Arcangelo (Italia, Puglia), lungo una Linea Sacra che – così vuole la tradizione spirituale legata al Principe delle Milizie Celesti – inizia in Irlanda e finisce a Haifa (Gerusalemme).

Sia come sia, Mont-Saint-Michel è un luogo ancora oggi ricco di fascino e la rocca appuntita, che sorge come un miraggio, e dalla quale l’Arcangelo veglia sulla baia e le terre circostanti, resta indimenticabile.

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