3. Il Mani: guerrieri, pirati e… vampiri

Il nostro viaggio nel Peloponneso incominciò a Kithira, l’isola che secondo la leggenda diede i natali nientemeno che a Afrodite e, dopo qualche giorno io e il dottor C sbarcammo a Githio, nel Peloponneso, con l’intenzione di raggiungere Sparta e poi spostarci in Messenia per ridiscendere nel Mani.

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Spiaggia di Kaladi, isola di Kithira (Citera – Cerigo) – ph. Riccardo Cepach

Era settembre inoltrato e la Grecia continentale, così diversa da quella insulare, ci avrebbe regalato una temperatura più che accettabile per esplorare, seguendo un po’ le orme di Patrick Leigh Fermor (del quale vi parlo qui) territori remoti e selvaggi.

Tralasciando la città-simbolo dell’antichità guerriera – della quale rimangono un paio di rovine e poco altro – e la stessa Githio, vi racconterò, perciò, del Mani, così come lo percorremmo, scendendo da Kardamyli lungo la costa ovest, passando per Areopoli, fino a quello che – all’epoca – era il capolinea dell’autobus, Gerolimenas, da dove avremmo potuto proseguire solo in macchina o a piedi.

Il Taigeto: il “Monte Fato” di Laconia

Come il Taigeto dell’entroterra divide la pianura messenica dalla laconica, il suo proseguimento, il Mani immerso nel mare, divide l’Egeo dallo Ionio, e il suo capo selvaggio, il Tenaro (Capo Matapan), l’ingresso dell’Ade degli antichi, è il punto più meridionale della Grecia continentale.

(Patrick Leigh Fermor, “Mani. Viaggi nel Peloponneso”)

Peloponneso_02In effetti, per chi ha letto il libro di Tolkien o visto i film de “Il Signore degli Anelli”, quando si entra in Laconia dalla Messenia si ha l’impressione di passare da “la Contea” degli Hobbit alle lande desolate di Mordor.

La vista satellitare rende bene l’idea di cosa sia il Mani: mentre da Kalamata, a ovest del Taigeto e della sua cima più alta (Profitis Ilias), si stende la verde pianura messenica, che prosegue fino a Navarino e alla bella spiaggia di Voidokilia

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Spiaggia di Voidokilia, Costa Navarino (Pylos)

A sud-est si profilano le aspre montagne che segnano tutta la stretta penisola maniota fino all’estrema punta di Capo Matapan.

Il paesaggio cambia radicalmente: la fanno da padroni i pendii a picco sul mare e i villaggi turriti, arroccati su alture scoscese, intorno alle quali si aprono altopiani lunari, che furono teatro di guerre e sanguinose vendette.

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Arrivo a Kardamyli (Messenia)

Dytiki Mani e Anatoliki Mani: Kardamyli e Areopoli

Il primo insediamento umano che si incontra nell’estremo sud della Messenia è Kardamyli, il villaggio nel quale visse Fermor e dove, in un posto segreto, sono state disperse le ceneri del suo amico, altro famoso viaggiatore-scrittore, Bruce Chatwin.

Scrive Fermor in “Mani” a proposito di Kardamyli:

Era un borgo diverso da tutti quelli che avevo visto in Grecia. Le case, simili a castelletti di pietra dorata, con torrette a pepaiola d’aspetto medievale, erano sovrastate da una bella chiesa. I monti precipitavano fin quasi a bordo dell’acqua, con qua e là, tra le case imbiancate a calce dei pescatori vicino al mare, grandi canneti fruscianti (…).

Forse per la grande quiete nella quale era immersa, fatto sta che Kardamyli, con i suoi cipressi che preannunciano le porte dell’Ade che, secondo la leggenda, si trovano ora presso le grotte di Diros, ora presso il finis terrae di Capo Matapan, mi rievocò il famoso dipinto di Böcklin, “L’isola dei morti”.

Dopo un paio di giorni lunghi come un incantesimo ci spostammo da Kardamyli a Areopoli, il cui nome significa “Città di Ares” e che fu il centro dal quale, nel 1821, Petrobey (Petros Mavromichalis) diede inizio alla Guerra di Indipendenza greca.

Se è vero, infatti, che gli Ottomani riuscirono a stabilirvi un bey (capo militare e amministrativo alle dipendenze dell’Impero Turco), è anche vero che l’aristocrazia locale, discendente dei nikliani costruttori di torri del periodo bizantino, oltre a praticare la pirateria, il brigantaggio e la faida fra famiglie, non smise mai di combattere per la libertà.

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Casa-torre a Areopoli

A Areopoli io e il dottor C trovammo una stanza in una casa-torre di proprietà di un anziano signore e di sua figlia, una donna dall’età indefinibile, affetta da un leggero ritardo mentale e dotata di una risata che sembrava il verso di una civetta.

La finestra della camera dava direttamente sui tetti e poco più in là spuntava la chiesa, segno che le campane ci avrebbero “allietato” a ogni ora, anche di notte. Tuttavia, siccome era già pomeriggio inoltrato ed eravamo stanchi, non avevamo voglia di metterci a cercare un’altra sistemazione.

Posati i bagagli in camera, scendemmo al piano terra per la registrazione dei documenti.

Il nostro ospite, che mi pare di ricordare si chiamasse Alexandros, un ottuagenario  iperattivo che durante la Seconda Guerra Mondiale aveva combattuto nelle file partigiane contro i Tedeschi, spense la TV e disse che prima di lasciarci andare a cena desiderava mostrarci “qualcosa di speciale”.

Io e il dottor C, volendo essere cortesi con il padrone di casa, benché trovassimo piuttosto inquietante lo stridere continuo della figlia, accettammo le due birre e ci sedemmo sul divano.

Il “qualcosa di speciale” stava in un mobiletto di radica chiuso da un lucchetto e il “nonno guerrilla” disse che prima di farlo uscire si sarebbe dovuto preparare. Allora aprì un armadietto, sul fondo del quale dormiva un fucile, e tirò fuori una fondina ascellare.

Dal momento che aveva il braccio destro semiparalizzato, Alexandros dovette farsi aiutare dalla figliola-civetta che, colta da un parossismo di risa, gli saltellò intorno stringendogli le cinghie in cuoio sulla schiena e le spalle.

La faccenda, era chiaro, non prometteva niente di buono.

Infatti, terminata quella che per complessità era sembrata la vestizione di un condottiero medievale, il vecchio partigiano maniota si avvicinò di nuovo all’armadio dal quale, stavolta, tirò fuori una scatolina.

Dalla scatolina uscì una chiave che,  subito dopo,  fu usata per aprire il lucchetto del mobiletto in radica e liberare il “qualcosa di speciale”.

E insomma…

L’avete mai vista una 44 Magnum dal vivo?

È una specie di cannone. È tutta cromata. Be’, bella è bella… Bella per quanto lo possa essere un’arma, chiaro.

Solo che fa anche una paura boia. Specialmente in mano a un ottuagenario iperattivo con un braccio semiparalizzato, con una figlia che stride come una civetta, in una casa-torre che sorge nel paese dove tutti, da secoli, venerano la guerra.

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Areopolis

Ma il peggio doveva ancora venire.

Alexandros confessò di essersi fatto arrivare la pistola dagli USA. Per la verità era stato un suo amico che gliela aveva portata… L’aveva nascosta in un container per farle attraversare l’Oceano insieme ai bambini.

Alla parola “bambini” la figlia-civetta gorgogliò qualcosa che nè io nè il dottor C capimmo.

Bambini?

L’uomo ghignò, si diresse ancora una volta verso il mobiletto che prima custodiva la 44 Magnum e tornò per mostrarci una scatola piena di proiettili “Dum-Dum”, cioè i proeittili a espansione resi fuorilegge dalla Convenzione di Ginevra del 1929.

“Se ladro entra, ladro muore. Voi sicuri con me. Partigiani Greci e partigiani Italiani amici. Voi no Tedeschi.”

Io finii la bottiglia di birra in due sorsi.

Il dottor C fissava attonito il vecchio. Mi sussurrò: “Ma i “Dum-Dum” sono proibiti…”

In quel momento entrò una coppia. Erano tutti e due biondi. Alexandros posò il cannone su una mensola e andò ad accoglierli. Li salutò calorosamente. Scambiò con loro qualche parola in una lingua che doveva essere tedesco e poi, dopo che furono saliti, disse: “Ospiti. Hannover. Germania. Qui una settimana. Molto gentili. Volere consiglio per ristorante?”

Folklore maniota: streghe, vampiri e lupi mannari

Terra fieramente indipendentista e scarsamente propensa ad assoggetarsi a qualunque potenza straniera, la Maina laconica è anche uno dei territori dove, rispetto al resto del Peloponneso, gli antichi culti pagani cedettero per ultimi il passo al Cristianesimo, senza mai scomparire del tutto.

Che sia per la tardiva conversione alla religione della croce, favorita anche dall’inaccessibilità dei luoghi, o per il forte attaccamento di quelle genti alle antiche tradizioni, il folklore maniota permane ricco di credenze e superstizioni.

Il Mani, infatti, per chi come me è appassionato di storie “nere”, è una sorta di miniera in cui, senza dover nemmeno troppo scavare, si possono trovare le vene (è il caso di dirlo!) dalle quali incominciò a sgorgare e diffondersi come un’epidemia, in tutta l’Europa Balcanica, il mito dei succhiasangue.

Le storie di vampiri (i vrykolakes) qui si sprecano, anche se si tratta di cadaveri rianimati che assomigliano più agli zombie che ai dandies ottocenteschi della letteratura e, per giunta, almeno originariamente, non succhiano sangue ma disturbano – solitamente i parenti – con calci, pugni e colpi nei muri o rubano il latte e la farina dalla madia.

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Il Taigeto, l’impervia catena montuosa del Mani, visto dalla Messenia.

Ma non solo: si narra che sui monti del Taigeto, famigerati fin dai tempi di Sparta, quando erano sede di oscuri oracoli e turpi uccisioni di infanti, si aggirino ninfe, centauri, streghe rapaci e uomini-lupo, questi ultimi possibili riminescenze dei feroci Melingoi (o Melig, come riportato da Fermor), una tribù slava che era scesa nel Peloponneso, viveva di brigantaggio e nella “Cronaca della Morea” veniva spesso citata e descritta come un abominio:

Predoni vaganti per i monti, vivevano di saccheggio; “guidati dal diavolo, entrano nelle case di notte come lupi… demoni miserabili e malvagi, assassini assetati di sangue, i loro piedi li conducono perpetuamente al male…”. (“Mani”, pg. 67)

Del resto, il Mani è sempre stato una terra desolata, di aspra e violenta bellezza. Un luogo nel quale la sopravvivenza non fu mai scontata.

E qui, tutt’oggi, vive una stirpe da secoli in confidenza con la lancia, la spada, il sangue, la morte e un suo possibile esito: la vita eterna.

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