2. I Miss Sarajevo

Il 2003 fu l’anno nel quale ricominciammo a viaggiare nei Balcani. Dopo una puntata estiva a casa di amici a Dubrovnik e poi all’isola di Korcula, in autunno – complice la poesia, che già ci aveva condotti a San Francisco – io e il dottor C andammo a Sarajevo.

Prima di raccontarvi questa storia, però, voglio che sappiate chi è la ragazza bionda della copertina e che ricordiate cosa accadde.

Una regina ferita

In un posto insolito, in un’ora insolita, anche il discorso diventa insolito, come in un sogno.

(Ivo Andrić, Racconti di Sarajevo)

Ricordo bene l’arrivo in città dopo tredici ore di viaggio; la cosa che mi colpì di più, eccezione fatta per la carcassa nera del palazzo del Parlamento, non fu la sfilata di edifici semidistrutti dai mortai, ma i buchi nei muri delle case che erano rimaste in piedi.

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Sapevamo tutti (tutto il mondo sapeva) cosa era successo pochi anni prima, quale orrore si era scatenato durante l’assedio, eppure, constatare con i propri occhi il fatto che a Sarajevo ci si era sparati da finestra a finestra, fra vicini di casa, fu terribile perchè dava la misura della violenza che quel luogo aveva subito.

Attraversata la parte ovest di Stari Grad (la zona della Città Vecchia con architettura asburgica), il pullman ci scaricò nella zona est, in prossimità dell’antico quartiere ottomano.

Baščaršija (il “mercato principale”) è l’antico bazar che è riuscito a sopravvivere a secoli di guerre e regimi. Qui, come in Grecia e in Turchia, si beve caffé in tazzine senza manico, si mangia baklava e fu qui che, dopo molti anni, assaggiai di nuovo il lokum, un dolce turco che mio papà portava di ritorno a casa dagli imbarchi. Il mio preferito è sempre stato quello aromatizzato all’acqua di rose.

Ancora qui, come a Marrakech, si può girare nel souq per ore, attardandosi davanti alle botteghe degli artigiani: fabbri, calzolai, orafi, tessitori e, nei vicoli accanto, commercianti di pane, dolciumi e börek, specie di cannoli o torte salate fatte con pasta fillo e ripieni di carne, formaggio o verdura.

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Baščaršija, l’antico bazar ottomano.

Su Baščaršija veglia la Moschea Gazi Husrev-beg, un militare e funzionario ottomano che nel XVI secolo fu Governatore del sangiaccato di Bosnia (il sangiaccato era una provincia dell’Impero Ottomano governata militarmente e amministrativamente da un Bey).

Accanto al minareto della Moschea, cambiando punto di osservazione, si vede la Torre dell’Orologio che ha la particolarità di contare le ore “alla Turca”, cioè secondo le fasi lunari.

Parafrasando Paolo Rumiz, giornalista e scrittore, profondo conoscitore dei Balcani, pare proprio che Sarajevo sia Oriente.

Perfino una costruzione relativamente recente (1894) come la Grande Biblioteca (Vijećnica) riecheggia lo stile moresco.

La Biblioteca, incendiata durante l’ultima guerra, è oggi (nel 2003 era chiusa) restaurata e aperta al pubblico, ma dell’enorme patrimonio di testi antichi, rarissimi, rimane forse il 10%.

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La Biblioteca di Sarajevo

Una città al confine

Io e il dottor C alloggiavamo all’Hotel Saraj, un albergo arroccato su una collina dalla quale si domina la città e che durante la guerra della ex-Jugoslavia ospitava la stampa occidentale.

Come ci capitò di vedere all’entrata di altri locali pubblici, anche qui sopravvivevano i segni e il timore della violenza patita durante il lungo assedio.

Al mattino facevamo colazione in un ampio salone inondato dal sole, pieno di poeti e musicisti, ma oltre le vetrate, appena il caffé snebbiava lo sguardo appannato dalla rakija (brandy balcanico) della sera precedente, scorgevi le steli bianche del cimitero musulmano e le colline dalle quali erano partiti i colpi di mortaio.

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Vista sul cimitero musulmano dall’Hotel Saraj

Forse è questo il motivo per il quale a Sarajevo, ti senti sempre un po’ in bilico.

L’immagine, culturale, di una città cosmopolita si sovrappone continuamente a quella, storica, di “polveriera” dei Balcani (e viceversa) e capisci che qui siamo al confine, in un altrove dove tutto può succedere.

Dove puoi fare incontri terribili o meravigliosi, dove camminano demoni e dei.

Una Woodstock balcanica

Anche i versi sono contenti quando la gente si incontra

(Izet Sarajlić)

A proposito di incontri meravigliosi, torniamo alla poesia, e quindi al motivo per il quale io e il dottor C andammo a Sarajevo.

Nel 2003 (e fino al 2011) la capitale bosniaca ospitava un Festival Internazionale di Poesia dedicato a Izet Sarajlić, storico, filosofo e poeta che era morto l’anno precedente.

Gli Incontri Internazionali di Poesia di Sarajevo, organizzati dal Comune di Sarajevo, dall’Ambasciata Italiana, con la collaborazione di varie istituzioni culturali europee e di Casa della Poesia dell’editore Multimedia di Salerno, erano una specie di Woodstock balcanica per poeti, musicisti e artisti provenienti da tutto il mondo.

Gente del calibro (solo per citarne alcuni) di Josip Osti, Sinan Gudžević, Abdullah Sidran (poeta e sceneggiatore dei film di Emir Kusturica “Papà è in viaggio d’affari” e “Ti ricordi di Dolly Bell?”) Sotirios Pastakas, Milo de Angelis, Tahar Bekri, Tony Harrison, Giancarlo Pontiggia, Jack Hirschman e Janine Pommy Vega, che io e il dottor C avemmo la fortuna di incontrare durante quell’edizione.

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Io, Janine e il dottor C alla festa offerta dall’Ambasciata Italiana di Sarajevo (2003)

Janine – la ormai leggendaria poetessa performer che era andata a New York appena sedicenne e lì aveva frequentato gli scrittori della Beat Generation, mentre a San Francisco si era affiliata ai Diggers, agli Hells Angels e agli scrittori di North Beach – era una forza della natura, sul palco e fuori.

Instancabile, curiosa, Janine entrava ovunque, parlava con tutti, come se fosse alla ricerca di qualcosa.

Finalmente, un pomeriggio, davanti a un caffé, ci raccontò perché aveva viaggiato per una vita nei Quattro Continenti: era sulle tracce “della Grande Madre, come la chiamate voi nel Mediterraneo, che altrove, per esempio in Sud America, è un Serpente. Lo Spirito della Vita, che prende voce nella Poesia e ci rende liberi dalle costrizioni sociali, abbatte i muri delle ideologie. Guardate cos’è successo qui a Sarajevo…”.

A Sarajevo la Morte aveva soggiornato per quattro estenuanti anni, eppure, come aveva scritto Izet Sarajlić in una sua bellissima poesia: “La Sarajevo degli amanti non si arrende” ( da Ultimo tango a Sarajevo, 1994).

Girare per le vie di una città ferita dall’odio, dalla menzogna, dall’avidità, e imparare a intravvedere anche lì, nei volti segnati degli anziani e nell’energia dei giovani, la speranza e la voglia di vivere, fu un’esperienza poetica a 360 gradi. E questo fu ciò che Sarajevo e Janine ci regalarono in quel lontanto 2003.

Ora, anch’io voglio regalare qualcosa a voi.

Janine Pommy Vega: Across the table (traduzione per Multimedia Editore di Raffaella Marzano qui)

Come Izet, anche Janine, qualche anno fa, passed away (trovo che l’espressione anglosassone per indicare l’andarsene, il trascorrere da questa vita, sia densa di poesia) ma certi incontri, come certi posti, non si possono dimenticare.

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