15. Malta: Mdina, Valletta e le Tre Città

Se pensiamo a Malta ci vengono subito in mente i Cavalieri di San Giovanni e la Valletta eppure, prima del loro arrivo, avvenuto nel 1530 grazie alla concessione territoriale di Carlo V, nell’interno dell’isola esisteva già una capitale: Mdina.

Malta_Mdina_01Mdina, la Città del Silenzio

Malet per i Fenici, primi autori delle fortificazioni, Melita per i Romani, Mdina per gli Arabi.

L’antica cittadella, circondata oggigiorno dall’agglomerato urbano di Rabat, è un luogo nel quale si respira un’atmosfera magica, accentuata dalle stradine medievali e i palazzi in stile barocco molto simili a quelli siciliani di Noto e Modica.

Durante il Medioevo Mdina ebbe il titolo di “Città Notabile”, essendo residenza dell’aristocrazia maltese.

Dopo l’arrivo dei Cavalieri, che spostarono il centro del potere a Birgu e Valletta, Mdina fu relegata in secondo piano e diventò una località di villeggiatura per i nobili, tuttavia, la nuova dimensione di tranquillità le valse un altro, suggestivo appellativo: la Città del Silenzio.

Qui sotto potete vedere un breve video di un walking tour di Mdina.

Ma se vi trovate da quelle parti e non avete voglia di camminare, benché la cittadella sia piacevole da percorrere a piedi, la soluzione è salire su un karrozzin

Malta_Mdina_02Comunque, a Mdina non perdetevi la Cattedrale di San Paolo, nella quale si trova la pala d’altare con il dipinto di Mattia Preti “La conversione di San Paolo”.

Preti, come Caravaggio, della cui permanenza a Malta vi racconterò fra poco, fu Cavaliere dell’Ordine di San Giovanni e visse e operò nell’isola (1691-1699) per conto degli Ospitalieri, decorando anche gran parte della Co-Cattedrale di San Giovanni a Valletta.

A Mdina, inoltre, vi consiglio una visita a Palazzo Falson, una residenza medievale perfettamente conservata della quale potete fare un breve video tour qui:

… e se siete in compagnia di adolescenti sempre a caccia di wi-fi, non preoccupatevi: mentre voi ammirate i palazzi e le originali decorazioni dei portoni, anche nell’antica capitale di Malta il servizio è disponibile praticamente a ogni angolo 😉

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La Valletta (ph. Riccardo Cepach)

Valletta, la Città Umilissima 

La Valletta, capitale della Repubblica di Malta e Capitale Europea della Cultura 2018,  prende il nome da Jean de la Valette, Gran Maestro dei Cavalieri Ospitalieri famoso per aver resistito ai Turchi durante il Grande Assedio del 1565, e si fregia del titolo di Città Umilissima proprio in base al retaggio derivato dall’Ordine, che nacque con l’intento di portare sollievo ai più umili.

La Valletta è Patrimonio UNESCO: dalla Co-Cattedrale di San Giovanni al Palazzo del Gran Maestro, da Forte Sant’Elmo alla Chiesa di Nostra Signora del Carmelo, fino al City Gate e al Palazzo del Parlamento progettato da Renzo Piano, è tutto un susseguirsi di edifici che vanno dal Barocco al Modernismo.

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Auberge d’Italie, sede della Comunità Italiana a Malta (ph. Riccardo Cepach)

Alcune istituzioni o musei sono attualmente ospitati dagli Antichi Alberghi dell’Ordine, presso i quali vivevano i Cavalieri delle diverse nazionalità.

Nell’Auberge de Provence, per esempio, si trova il Museo Nazionale di Archeologia, nel quale si possono vedere le famose statuette delle donne dormienti.

A Valletta dormivamo in un appartamento a poca distanza dal centro, in una di quelle vie che mi piacciono tanto perché mi ricordano un po’ San Francisco e un po’ Lisbona, due città che ho molto amato.

Valletta_03Valletta è vivace e offre parecchio, anche sotto l’aspetto del tempo libero.

Fra un monumento e l’altro, passammo un paio di serate fra ristorantini e pub e un pomeriggio a fare shopping.

Per quanto riguarda il cibo maltese, trattandosi di una cucina “fusion” che ha preso un po’ da tutte le culture che sono passate di là, aspettatevi delle rivisitazioni di piatti tipicamente mediterranei, greci e siciliani per lo più, ma anche turchi o inglesi (il sandwich, per dirne uno).

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Pastizzi, dal blog ufficiale di Malta, dove potete trovare un sacco di altre info: https://blog.malta-vacanze.it/dove-e-cosa-mangiare-a-malta/

Da provare i pastizzi, che non sono lasagne ma pasta sfoglia ripiena di ricotta o piselli e cipolle; lo stufato di coniglio (stuffat tal-fenek – fenek = coniglio); l’Ħobż biż-Żejt, che assomiglia a una bruschetta guarnita con tonno o alici e il pesce visto che, alleluja!, siamo nel pieno del Mediterraneo e qui si trova freschissimo.

Il Lampuka (lampuga) va per la maggiore, insieme a cernie e pagelli, ma attenzione: se lo volete alla griglia dovete specificarlo, altrimenti ve lo portano guarnito con olive o pomodoro (alla palermitana).

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Il luzzu (in italiano luzzo, plurale luzzi) è l’imbarcazione da pesca tradizionale dell’arcipelago maltese. Gli occhi che tutti i luzzi hanno a prua sono amuleti contro il malocchio.

Dulcis in fundo… dateci dentro con i kannoli! Non saranno uguali uguali a quelli siciliani, d’accordo, ma con la ricotta fresca sono davvero uno spettacolo. 😉

Capitolo shopping. Un ricordo carino da portare a casa, o magari per fare un regalo, è il ciondolo con la Croce Maltese che si può trovare sia in metallo prezioso presso le gioiellerie, sia, a un prezzo molto più basso, nei negozi di souvenir.

Valletta_04A proposito… Sapete perché la Croce dei Cavalieri di Malta ha questa forma? Sono andata sul sito ufficiale della sezione italiana dell’Ordine e ho trovato questa risposta:

Le otto punte della croce che simboleggia l’Ordine fanno riferimento alle otto Beatitudini e ne ricordano anche visivamente la spiritualità.


Oltre alla buona tavola, ai maltesi piacciono molto anche i fuochi d’artificio e diversi passatempi. Il dottor C., sempre attento a scovare posti originali e un po’ vintage, ci trascinò prima nel Circolo della Filarmonica, un club dove si può mangiare o semplicemente fare un aperitivo…

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Circolo della Filarmonica de La Valletta (ph. Riccardo Cepach)

… E poi a un torneo di bocce sotto la Campana dell’Assedio, un monumento a perenne ricordo dei caduti in guerra, dal quale si può vedere il panorama sul Grand Harbour e su Fort Ricasoli.

Da qui, se proseguite a Nord arrivate a Forte Sant’Elmo e al Museo Nazionale della Guerra.

Forte Sant’Elmo è il simbolo della resistenza dell’Ordine agli assalti dei Turchi durante il Grande Assedio del 1565. Si tratta di un forte a stella costruito dai Cavalieri nel 1552 e dedicato al santo patrono dei marinai.

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Forte Sant’Elmo visto dalla Campana dell’Assedio.

Se avete bambini da intrattenere non fatevi scappare Malta 5D e Malta Experience, mentre per gli sfigati che, come noi, sono obbligati a viaggiare con gli adolescenti, meglio ripiegare – fra uno sbuffo e l’altro – su attrazioni più “panoramiche”, o fare un giro in Strait Street, l’ex via malfamata di Valletta, dove un tempo vivevano pittori, attori e musicisti e da un vicolo qualunque potrebbe uscire da un momento all’altro Corto Maltese.

Il quartiere più bohemienne della città ora è stato ristrutturato ed è diventato un nuovo centro culturale, con concerti, spettacoli e mostre.

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Strait Street (ph. Riccardo Cepach)

Ancora, se siete dalle parti di Merchant’s Street, portate i ragazzi nel Palazzo del Gran Maestro. I corridoi e i saloni, per non parlare dell’Armeria piena zeppa di antichi cimeli bellici, non li deluderanno.

Le Tre Città

Prima di terminare questo viaggio a Malta nella Co-Cattedrale di San Giovanni e raccontarvi dei tesori di inestimabile valore in essa contenuti e di Caravaggio, lasciamo per un attimo Valletta e facciamo un salto dall’altra parte della baia, nelle Tre Città.

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Forte Sant’Angelo

Costruite in posizione strategica difensiva, le Tre Città sono state la prima casa dei Cavalieri di San Giovanni, i quali trasferirono la capitale (vedete sopra, a proposito di Mdina) dalla Città del Silenzio alla Città Vittoriosa, o Birgu.
A Vittoriosa si trova un altro grande esempio di architettura militare di epoca medievale, Forte Sant’Angelo.

Senglea (Città Invicta) prese il nome dal Gran Maestro Claude de la Sengle ed è la città che maggiormente giocò un ruolo strategico sia durante il Grande Assedio sia durante la Seconda Guerra Mondiale.

Cospicua (Bormla), la più grande delle tre e l’ultima a essere costruita, è per tradizione un importante centro marittimo e mercantile.

La Co-Cattedrale di San Giovanni e i capolavori di Caravaggio

Tanto austera è la facciata esterna, tanto ricco l’interno. La Co-Cattedrale di San Giovanni è come uno scrigno: fuori c’è il legno scabro del contenitore, dentro il tesoro.

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La navata centrale, con la volta decorata da Mattia Preti, nella quale si vedono scene della vita di San Giovanni Battista (ph. Riccardo Cepach)

Chiesa conventuale dell’Ordine per più di duecento anni, la Co-Cattedrale fu completata nel 1577 e dedicata al santo patrono dei Cavalieri.

La decorazione degli interni, a cominciare dalla volta, iniziò nel XVII secolo per volontà del Gran Maestro Cotoner, che affidò il compito al Cavaliere calabrese Mattia Preti.

Le Cappelle laterali, dedicate alle otto Lingue dell’Ordine, ospitano le sepolture di alcuni Gran Maestri e il pavimento, realizzato in marmo intarsiato, è formato da quasi quattrocento lastre tombali sulle quali sono narrate le gesta dei Cavalieri.

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Pavimento della Cattedrale di San Giovanni (ph. Riccardo Cepach)

Ma è l’Oratorio a custodire il tesoro dei tesori: le due tele di Caravaggio, realizzate quando l’artista si trovava a Malta (1607-1609) e commissionate dal Gran Maestro Alof de Wignacourt: la Decollazione di San Giovanni Battista e il San Gerolamo Scrivente.

Non posso descrivervi l’emozione che si prova davanti a questi due incredibili capolavori, nei quali sono ritratti Caravaggio stesso (San Giovanni) e il Gran Maestro Alof de Wignacourt (San Gerolamo): dovete provarla.

Io mi misi quasi a piangere, sotto gli sguardi increduli degli adolescenti e comprensivi del custode che mi sorrideva, per tutto il tempo nel quale rimasi nell’Oratorio, come se dicesse: “Pensa a me, io sto a contatto con la bellezza per un sacco di ore, ogni giorno. Non è facile. La luce che emanano queste ombre è talmente forte…”

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Michelangelo Merisi detto Caravaggio, Decollazione di San Giovanni Battista  – Di Lafit86 [Public domain], da Wikimedia Commons
Prima di partire avevo letto un paio di racconti su Caravaggio: “Il colore del sole” di Andrea Camilleri e “All’ombra di Caravaggio” di Susanna Cantore, che vi consiglio perché, in maniera narrativa ma riferendosi alle fonti storiche e biografiche, offrono un punto di vista molto intenso e originale sulla personalità dell’artista e sulla sua terribile vicenda umana.

Caravaggio, infatti, nonostante il suo genio, che gli consentì di avere committenti altolocati, fu costretto a vivere nell’ombra a causa di un delitto commesso a Roma durante una rissa e che gli valse la condanna a morte.

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Michelangelo Merisi detto Caravaggio, San Gerolamo scrivente – Caravaggio [Public domain], attraverso Wikimedia Commons

La sua permanenza a Malta, durata solo due anni, ebbe lo scopo, facendolo diventare Cavaliere, di garantirgli l’immunità e il successivo perdono papale, condizioni indispensabili per la revoca della pena capitale e per il tanto agognato ritorno a Roma.

La Grazia del Papa arrivò, purtroppo, però, Caravaggio morì di febbre (o, secondo alcune ipotesi, assassinato dai sicari dell’Ordine, chissà? Il mistero rimane tale…) a Porto Ercole il 18 luglio 1610 e non rivide mai più la sua amata città.

Allora, mentre ammiravo quei dipinti stupendi e riflettevo sull’uso che Caravaggio fece della luce e dell’ombra che la esalta, mi venne in mente un altro grande uomo di ingegno suo contemporaneo, altrettanto rivoluzionario, un outsider del pensiero dominante, così come Michelangelo Merisi lo fu per la pittura: Giordano Bruno.

Anche Giordano Bruno, la cui arte non fu pittorica ma diretta alla conoscenza, pagò con la vita il suo essere diverso dagli altri filosofi: accusato di eresia e stregoneria, venne arso vivo in Campo dei Fiori a Roma il 17 febbraio 1600.

Ed è perciò che chiudo questa storia con le parole del filosofo: perché aiutano a comprendere meglio l’opera dell’artista e perché chiariscono come, in fondo, tra passioni e virtù, sia la nostra condizione umana a essere umbratile.

L’ombra prepara lo sguardo alla luce. Attraverso l’ombra la divinità tempera e pone davanti all’occhio oscurato dell’anima affamata e assetata quelle immagini che sono i messaggeri delle cose. (…) Quest’ombra, pur non essendo verità, deriva tuttavia dalla verità e conduce alla verità; di conseguenza, non devi credere che in essa sia insito l’errore, ma che vi sia il nascondiglio del vero. (…) Niente è infatti contrario all’ombra, e precisamente né la tenebra, né la luce.
Giordano Bruno, De umbris idearum, 1582

 

 

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