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11. Sardegna: la penisola del Sinis

Passavamo sulla terra leggeri come acqua, disse Antonio Setzu, come acqua che scorre, salta, giù dalla conca piena della fonte, scivola e serpeggia fra muschi e felci, fino alle radici delle sughere e dei mandorli o scende scivolando sulle pietre, per i monti e i colli fino al piano, dai torrenti al fiume, a farsi lenta verso le paludi e il mare, chiamata in vapore dal sole a diventare nube dominata dai venti e pioggia benedetta.
(S.Atzeni, Passavamo sulla terra leggeri, 1996)

Il Sinis

La penisola del Sinis si estende fra la costa dell’Oristanese nord e del Montiferru sud e dal Mare di Sardegna allo Stagno di Cabras. Di fronte alla penisola ci sono l’Isola Mal di Ventre e lo Scoglio del Catalano, compresi nell’Area Marina Protetta.

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ph. Riccardo Cepach

Tutto il territorio offre una ricchissima biodiversità: stagni, paludi, macchia mediterranea, falesie e ambienti rurali si susseguono a spiagge lunghissime che nulla hanno da invidiare a quelle tropicali.

Is Arenas, Su Pallosu, Sa Mesalonga, Putzu Idu sono lambite da un mare ora blu, ora verde smeraldo; Mari Ermi e Is Arutas riescono ad essere suggestive anche in una giornata di cattivo tempo e testimoniano un’antichissima bellezza grazie alla sabbia speciale, composta da piccolissimi sassolini di quarzo che sembrano “chicchi di riso” e hanno la curiosa proprietà di non surriscaldarsi al sole!

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Mari Ermi (ph. Riccardo Cepach)

Il Sinis, nemmeno a dirlo, è un paradiso anche per chi ama le immersioni. Ma non solo: all’estremità sud della Penisola c’è San Giovanni di Sinis, con la sua chiesetta romanica e il sito archeologico di Tharros, la città fenicia.

Rimanemmo nel Sinis per quattro giorni e non furono solo il mare e il sole a riempire le nostre giornate.

La Sardegna, infatti, è ricca di siti archeologici con una grande quantità di elementi collegati a leggende e antichi culti come, per esempio, le domus de janas (case delle fate) ovvero piccole grotte funerarie preistoriche e le Tombe dei Giganti, sepolture destinate a genti più alte; i famosi nuraghi, costruzioni in pietra a forma di tronco di cono dei sardi dell’Età del Bronzo; piramidi a gradoni (ziqqrat) fatte di blocchi di pietra, come quella di Monte d’Accodi (SS) e i pozzi sacri, templi sotterranei dedicati a divinità femminili che venivano venerate attraverso il culto delle acque e delle fasi lunari.

Santa Cristina di Paulilatino

Il pozzo [sacro] più noto e rappresentativo è quello di Santa Cristina, nella regione storica del Barigadu, collocato nel territorio del comune di Paulilatino in provincia di Oristano. La struttura architettonica di questo pozzo sacro è molto più complessa rispetto agli altri, perché si tratta con tutta probabilità di una delle espressioni mature della civiltà che lo costruì, talmente avanzata da rivelare cognizioni architettoniche e astronomiche ancora oggi stupefacenti.
(…) è ormai verificato che ogni diciotto anni e sei mesi, l’astro lunare al suo plenilunio proietta sul fondo del pozzo l’intera sua forma attraverso il foro che sovrasta la cupola di copertura del pozzo, la tholos.
(M.Murgia, Viaggio in Sardegna – Undici percorsi nell’isola che non si vede, 2008)

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Pozzo Sacro di Santa Cristina di Paulilatino

Il parco Archeologico di Paulilatino con il santuario nuragico di Santa Cristina   si trova a circa mezz’ora di strada da Riola Sardo, il paese dove alloggiavamo presso l’agriturismo S’Anea.

Il complesso è aperto tutto l’anno e il biglietto (interi 5 euro, ridotti 2,50 euro) comprende la visita al Novenario Cristiano, al Villaggio nuragico, al Santuario nuragico e al Museo Etnografico di Palazzo Atzori a Paulilatino.

Il “pezzo forte” è sicuramente il pozzo sacro, un tempio in basalto dedicato al culto delle acque nel quale si scende tramite una scala scavata nella pietra fino a una cella sotterranea alimentata da una sorgente perenne.  All’esterno, proprio sopra la cella, c’è un foro dal quale è possibile scorgere la Luna tanto che, in base ad alcune ipotesi, il pozzo sacro fungeva anche da osservatorio. Ma non solo…

È ancora Michela Murgia, nel suo Viaggio in Sardegna, a riportarci un antico racconto orale sui sacrifici umani votivi, pubblicato da Franco Enna che, a sua volta, l’aveva sentito da un’anziana donna di Macomer e nel quale si parla di un pozzo sacro.

Il racconto, pubblicato per la prima volta nel 2003 e noto con il nome di Paristoria di Maria Giusta, è in versi in lingua sarda, un sistema letterario tipico delle popolazioni che affidavano alla memoria i propri eventi. (…)  Maria Giusta, la protagonista del breve racconto in versi, per rimediare a una siccità che sta uccidendo uomini e animali si reca da una sacerdotessa che le fornisce alcune indicazioni misteriose a proposito di acque sacre e dei pozzi che le contengono. Nessuno dei gesti rituali compiuti dalla donna ai pozzi indicati sembra risolvere il problema, fino a quando la sacerdotessa non afferma che acqua no naschet si sambene no paschet, cioè “l’acqua non nasce se il sangue non pasce”. La donna, allora, si suicida volontariamente gettandosi in un burrone, chiaro richiamo a un sacrificio umano per ottenere l’acqua, straordinariamente giunto fino a noi attraverso più di trenta secoli, a gettare una luce diversa e inquietante sul mistero dei pozzi sacri di Santa Cristina, di Santa Vittoria di Serri e di molti altri diffusi per la Sardegna.

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Villaggio nuragico (ph. R.Cepach)

A breve distanza dal pozzo sacro si trovano il villaggio nuragico e il Novenario cristiano, costruito nel Medioevo intorno alla chiesa di Santa Cristina e formato dai piccoli alloggi dedicati ai pellegrini (muristenes o cumbessias).

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Villaggio cristiano (ph. R.Cepach)

Il villaggio è tutt’ora frequentato in occasione di feste religiose come quelle dedicate a Santa Cristina (seconda domenica di maggio) e all’Arcangelo Raffaele (quarta domenica di ottobre).

In queste occasioni i pellegrini arrivano per partecipare alle novene (nuinas) e ai vespri, trattenendosi, poi, fino ai giorni della festa.

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