1. Gli asini di Santorini

Per conoscere realmente qualcuno ci devi mangiare, dormire e viaggiare insieme.

(Proverbio persiano)

Come il primo bacio, o la prima notte insieme, in una coppia anche il primo viaggio non si scorda mai. Io e “Ch-2” (per capire chi è, leggete qui), che da ora in poi chiamerò “il dottor C”, soddisfammo la terza condizione posta dal proverbio persiano nel luglio del 1999 e partimmo alla volta dell’Ellade.

Τα Παιδιά Του Πειραιά (Ta pedia tou Pirea) – I ragazzi del Pireo

Per quanto cerchi, non trovo un altro porto
che mi abbia fatto impazzire come il Pireo

(Dalla famosa canzone di Manos Hadjidakis, che vinse l’Oscar nel 1960, tratta dal film “Mai di domenica”, diretto da Jules Dassin e con la partecipazione di Melina Mercouri.)

03_Gi_asini_di_Santorini_01Raggiunta in volo Atene, ci imbarcammo al Pireo con l’intenzione di gironzolare nelle Cicladi. Entrambi eravamo già stati in Grecia dal momento che i nostri rispettivi padri, capitani di mare e, per di più, come si era scoperto, ex-compagni di classe, avevano avuto, durante la nostra infanzia e adolescenza, frequenti scambi con la culla della civiltà occidentale.

Quale modo migliore, dunque, per inaugurare la nostra relazione, che seguire le orme dei nostri predecessori i quali, in fondo, con i loro racconti ci avevano stregati e, allo stesso tempo, omaggiare gli sforzi di quei disgraziati (lo capisci sempre col senno di poi) che, durante il liceo, avevano tentato di trasmetterci le basi della cultura classica?

Io, infatti, per dimostrare che ero partita con il mood giusto, mi dimenticai da qualche parte il principio della praticità e, al momento dell’imbarco, il dottor C si ritrovò a dover trascinare su per le ripide scale del traghetto una valigia che pesava come una colonna del Partenone.

Ma il nostro entusiasmo (dal greco: enthūsiasmós che, per gli antichi filosofi significava la condizione dello spirito sotto l’urgenza esaltante dell’ispirazione divina) era talmente alto che, a parte qualche bestemmia del dottor C presto sovrastata da quelle molto più roboanti dei marinai ellenici che ci caricavano a bordo come bestiame, la passai liscia.

Trascorremmo la notte su uno dei ponti esterni. Sopra di noi, la Via Lattea così vicina che quasi ti venivano i dubbi e magari non eravamo soli nell’Universo; tutto intorno a noi, il rumore delle onde e un vento della madonna, dal quale i più scafati avevano trovato riparo dentro ai sacchi a pelo o sotto le scale che salivano al ponte superiore.

Non a caso ho detto “i più scafati”; mica quelli che hanno studiato lettere e filosofia e dopo i libri, le mutande, lo spazzolino e il dentifricio, costumi e teli da bagno e qualche vestito di ricambio (rigorosamente in quest’ordine) per puro miracolo, si sono ricordati di mettere in valigia due maglioni di cotone.

Fatto sta che gli “scafati” erano in tanti, troppi, caspita, perché quando i camerieri abbassarono la serranda del bar, io e il dottor C capimmo che potevamo scegliere fra passare le successive sei ore tentando di dormire nell’aria condizionata da inverno russo e nella polvere che impregnava i divani della lounge, oppure restare fuori a “rimirar le stelle”.

A tutti e due piacque la seconda, romantica, opzione e così il dottor C incominciò a scavare come un bracco da tartufo nella valigia, in cerca di indumenti protettori.

Ora, dovete sapere che io ho il MIO METODO per fare la valigia.

Non è questione di pedanteria e non sono un’ossessiva compulsiva (e chi viene a casa nostra lo sa bene), ma quando preparo i bagagli (papà, questa è sicuramente colpa tua) ho bisogno di rispettare un ORDINE, tipo quello che per i filosofi greci era kósmos, ovvero un sistema armonico, in una parola: ORDINATO.

Sentite come suona bene: kósmos … sistema ordinato… armonico…

Insomma, mentre il dottor C generava il caos (Χάος) che, come dice Esiodo, era l’oscura e nebulosa entità dei primordi, io ce la misi tutta e riuscii a trattenermi. Più tentavo di distogliere lo sguardo, però, e più la mia mente veniva solcata da orribili immagini di magliette ridotte a pessimi origami. Mille gru divennero mille, insostenibili, pieghe.

Avete presente l’espressione soddisfatta del cane quando riporta la palla? Compratevi un labrador e vi sarà chiaro di cosa sto parlando.

Il dottor C, vittorioso, mi porse il maglioncino blu oltremare. Dietro a lui, sul pavimento verde palude, la valigia invece ghignava come una bocca spappolata.

Forse le cosmogonie vogliono mostrarci proprio che l’Universo è nato così, da una baruffa.

Dopo qualche secondo ci fu un botto. Qualcuno mugugnò nel buio, oltre le panchine; qualcun altro si rizzò perfino a sedere, cercando di capire cosa stava succedendo, ma quando si accorse che si trattava di una semplice lite fra innamorati, si richiuse nel bozzolo del sacco a pelo e ricominciò a dormire.

Tornai dalla mia passeggiata intorno alla nave che ormai albeggiava. Il dottor C russava con la guancia premuta contro la valigia rossa, dalla quale usciva il lembo azzurro di un asciugamano.

Φτάσαμε στη Σαντορίνη (Ftásame sti Santoríni!) – Siamo arrivati a Santorini!

Sbarcati nel sole del mattino, un autobus ci condusse, attraverso una statale da antiemetico orlata di oleandri e bouganvillee, dal porto di Athinios al capoluogo dell’isola, la città di Fira (Φηρά), che domina, dall’alto di uno sperone roccioso, la laguna marina e il cratere del vulcano che un sacco di tempo fa trasformò Santorini in un piccolo arcipelago.

Il dottor C partì subito alla ricerca di una stanza. Io, per evitarmi l’eritema, preferii aspettarlo, con la valigia, in un Καφενείο (Kafeneio, o Kafenion) il locale dove tradizionalmente in Grecia si beve το ελληνικο καφες (to elliniko kafés) il caffè greco, la bevanda calda e scura che a Sarajevo si chiama Bosanska kava (caffè bosniaco) e a Istambul Türk kahvesi (caffé turco).

Non era ancora l’epoca che per ingannare l’attesa uno si scatta duecento selfie in mezz’ora, li tarocca con i filtri e poi li posta con commenti del tipo “Buongiornissimo! Kaffee?”, così passai il tempo a guardarmi intorno, spiare due tizi grassi e sudati che giocavano a backgammon, cacciare mosche e gustare μεζές (mezés), ovvero gli spuntini che in tutto il Levante corrispondono ai nostri antipasti.

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A casa di Efthimios (Eutimio)

Il dottor C quel giorno manifestò una delle sue doti migliori: la capacità di scovare posti incredibili a prezzi stracciati.

Mentre trascinava la valigia lungo un viottolo in salita, mi raccontò di aver girato a vuoto per un po’; sembrava che nessuno, nemmeno i soliti avvoltoi che aspettano sulle banchine l’arrivo dei traghetti, avesse una stanza a disposizione. Era ormai prossimo a ripiegare verso il chiosco delle Informazioni Turistiche, quando una classica vecchina vestita a lutto, seduta sotto un glicine accanto a un gatto, nero pure lui, gli aveva fatto cenno di avvicinarsi.

Il dottor C, fortunatamente, non è mai stato superstizioso e certe letture che invece a me piacciono tanto non se l’è mai filate, altrimenti non avremmo goduto della casa piena di fascino del signor Efthimios.

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Il dottor C e il signor Efthimios.

Immaginate una terrazza abbacinante, incastonata in un nido d’aquila; la roccia alle spalle e sotto, nel superblu dell’Egeo, la corona vulcanica che sembra una palpebra leggermente truccata di verde smeraldo. La vedete?

Bene, adesso scendete un paio di scalini bianchi e dirigetevi verso una porta di legno verniciata in turchese. Entrate.

La stanza è ampia, fresca, avvolta nella penombra. I mobili  sono semplici, i copriletti ricamati. Al centro c’è un tavolo rotondo con la tovaglia azzurro chiaro.

Sulla parete di fondo, fra le assi color salvia, le due ante dell’armadio a muro sono decorate con piccoli fiori pervinca, poco più a sinistra una giovane donna, ritratta in abiti tradizionali, ci osserva curiosa.

La foto sembrava risalire al primo Novecento. Per un attimo mi tornarono in mente la vecchina e il suo gatto.

Gli asini di Santorini

La casa di Efthimios fu un’ottima base da cui partire per esplorare l’isola. La prima escursione che decidemmo di fare fu quella sul vulcano. Sarebbe stata sufficiente una mezza giornata; poi, nel pomeriggio, avremmo trovato qualcos’altro da vedere a Fira.

Scendemmo al porto vecchio della città, prendemmo la barca che porta a Nea Kameni e da lì raggiungemmo a piedi i crateri attivi. Fu una gita tutto sommato piacevole, anche se camminare in sandali in mezzo alla polvere lavica e per giunta sotto il sole del mezzogiorno estivo non si rivelò così confortevole. Alla fine del giro, dopo un’ora e mezza, sembravamo due che hanno fatto jogging nel carbone.

Durante il tragitto di ritorno a Fira io proposi – prima di pensare a altro – di fare una tappa a casa per una sciacquata. Ma erano già le due del pomeriggio e il dottor C aveva fame. Tanta fame. E sete. Tanta sete. Bisognava risolvere il problema, pena un nervosismo crescente, perciò capitolai sull’idea della doccia e cominciammo a cercare una taverna.

In Grecia, nelle piccole trattorie, potevi andare in cucina e scegliere cosa mangiare. La nostra cuoca ci propose, oltre all’immancabile mezès di olive, melitzanosalata (un frullato cremoso con melanzane al forno, yogurt, olio, aglio e menta) e tzatziki, dei pesciolini (barbouni) da friggere che, ve lo giuro, non dimenticherò mai.

Terminato il pasto, sazi, allegri – anche grazie a un paio di bicchieri di retsina gelata – e senza un pensiero al mondo, il dottor C ebbe l’idea di ascendere a Fira con il “donkey taxi”.

Ora, dovete sapere che io NON ho un rapporto di confidenza con le cavalcature animali, quindi imputo la mia disponibilità a salire su un asino al rincoglionimento che spesso  coglie gli innamorati. Fatto sta, che accettai.

Il guardiano del serraglio, appena mi vide, alta, bionda e all’epoca, senza falsa modestia, piuttosto carina, si sfregò le mani; le stesse mani che dieci minuti dopo, quando già il dottor C era saldamente in sella, spinsero con una certa foga il mio fondoschiena sulla groppa di un asinello grigio, bardato con pon pon rossi e blu.

Non feci nemmeno in tempo a infilare le staffe che la povera bestia si era già presa un paio di nerbate e quindi era partita di gran carriera su per la scalinata, subito seguita dal ronzino marrone scuro del dottor C.

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Superata la prima curva, però, il mio asino incominciò a rallentare e infine si impuntò. Lo stesso fece l’altro, che evidentemente andava a traino. Tentai di scuotergli leggermente i fianchi con le ginocchia, scrollai un po’ le redini.

Niente. Il ciuco era fisso come un blocco di granito e, di tanto in tanto, muoveva solo le orecchie e la coda per cacciare i tafani. Per giunta, eravamo fermi sul ciglio della strada, cosa che iniziò a inquietarmi, dal momento che, alla nostra destra, a mezzo centimetro dagli zoccoli, iniziava una scarpata ripidissima, punteggiata da pietre aguzze e arbusti stentati.

Sentii la voce del dottor C che mi pregava di ripetere l’operazione “ginocchiata nei fianchi” e di metterci maggiore determinazione, altrimenti avremmo passato la notte in groppa a due asini in mezzo a una mulattiera che puzzava di sterco.

Mi puntai sulle staffe, allargai le ginocchia e stavo quasi per colpire quando,  all’improvviso, venni folgorata da un dubbio: e se il mio asino si fosse inchiodato per tendermi una trappola?

Se stesse solo aspettando l’ennesimo sopruso umano per potersi ribellare e gettarsi nel vuoto con me in groppa, in una catarsi (dal greco katharsis, κάθαρσις, purificazione) che avrebbe riscattato la sua abietta vita, facendolo diventare un martire della libertà asinina?

Io, al posto suo, ci avrei pensato.

Richiusi lentamente le ginocchia, gli diedi un buffetto affettuoso sul collo e mi girai verso il dottor C, il quale mi lanciò un’occhiata perplessa.

Riflettei per qualche istante sulla possibilità di poter condividere con lui ciò che credevo passasse nella mente del mio mulo, ma giunsi alla conclusione che forse sarebbe stato meglio se l’avessi tenuto per me.

Il dottor C, spazientito, incominciò a borbottare bestemmie, issandosi in piedi sulle staffe e tosto lasciandosi cadere di peso sulla sella, nella speranza che il suo ronzino decidesse di ammutinarsi dall’inetto comando del mio.

Niente. Un’incantesimo pareva aver trasformato entrambi in due asini di pietra.

Passarono altri interminabili minuti, finché un rumore sordo, come di sassi che rotolano, dapprima lontanissimo, poi sempre più vicino, ridestò l’attenzione delle bestie.

Quando capii che non erano sassi, ma zoccoli che battevano sul selciato, il gruppo di muli privi di cavaliere che ci correva incontro a rotta di collo era ormai a meno di duecento metri da noi.

A meno di cinquanta metri dall’impatto mi voltai e dissi al dottor C che saremmo morti, travolti da asini impazziti, in mezzo a una mulattiera che puzzava di sterco.

Il dottor C mi disse: “Olimpica. Devi restare olimpica.”

O-LIM-PI-CA.

Giuro.

Io chiusi gli occhi e la nuvola passò oltre.

Risvegliati dalla corsa dei compagni, come due vecchie locomotive che si rimettono in movimento, i nostri due asini iniziarono a trottare e in poco più di dieci minuti raggiungemmo la stazione di arrivo.

Il mio, maledetto bastardo, senza nemmeno darmi il tempo di scendere, andò di corsa a parcheggiarsi nella stalla in mezzo ad altri asini con il muso immerso per tre quarti nelle mangiatoie.

Al buio, circondata da bocche ruminanti e fianchi ruvidi, i miei nervi cedettero. Mi misi a urlare: “Tiratemi giù di qui!”

Accorsero i mulattieri con il dottor C in testa, il quale, nella fretta di raggiungermi per evitare a tutti, uomini e bestie, il fastidio provocato dalle mie strida,  non si accorse di aver messo i piedi, velati dalla sabbia caliginosa del vulcano, in una gigantesca pozza di piscio di mulo.

Quando, ormai fuori dal serraglio, se ne rese conto, paralizzato dall’orrore e non potendo considerare l’amputazione degli arti inferiori come una soluzione percorribile, corse a lavarsi sotto l’acqua della prima fontana.

Tuttavia, il nostro primo viaggio insieme, asini compresi, fu bellissimo: rimanemmo nelle Cicladi per circa un mese e oltre a Santorini visitammo Folegandros (e un pezzettino del mio cuore è rimasto lì) e Paros.

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Negli anni successivi ritornammo ad Atene e nella Grecia insulare altre tre volte (Karpathos, Rodi e Corfù) e poi viaggiammo a Creta e nel Mani, la più selvaggia delle “dita” del Peloponneso.

Ma questa è un’altra storia, e ve la racconterò un’altra volta.

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