6. Benvenuti a Tokyo

Una doverosa introduzione

Cominciamo dal motivo che ci portò nel Paese del Sol Levante nella primavera del 2014 e cioè le due conferenze che il dottor C aveva in programma: una alla TUFS – Tokyo University of Foreign Studies e l’altra all’Istituto Italiano di Cultura.

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Il dottor C poco prima della conferenza, davanti al bel palazzo che ospita l’IIC di Tokyo. Costruito in cemento e vetro e la cui facciata richiama l’eleganza delle lacche rosse giapponesi.

Della prima, “La coscienza dello Zen. Italo Svevo e l’arte di smettere di fumare”, potete leggere un resoconto qui mentre riguardo la seconda, purtroppo, non ho link da condividere ma solo una foto del dottor C davanti al palazzo dell’IIC.

The TUFS: la nostra base a Tokyo

La nostra amica Sawa, all’epoca dottoranda in Lingua e Letteratura Italiana (qui potete leggere un suo articolo sulla ricezione di Svevo in Giappone) ci aveva trovato un comodissimo appartamento presso la foresteria del campus.

The TUFS diventò, quindi, la nostra base lungo tutta la permanenza a Tokyo e questo fu un modo davvero interessante di approcciare la metropoli perché ci avvicinò al ritmo delle migliaia di persone che ogni giorno prendevano un treno per svolgere le loro attività, spesso molto lontano da casa.

Il Campus si trova a Fuchu, una cittadina conurbata in Tokyo, a circa 5 minuti dalla stazione ferroviaria di Tama.

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TUFS, una delle 26 Università della sola area metropolitana di Tokyo. Aprile 2014.

Il nostro percorso fisso quotidiano da e per il campus era: Tama Station → Musashi-sakai → Shinjuku Station e durava circa mezz’ora. Poi da Shinjuku prendevamo altri treni.

Fatte le debite proporzioni con l’estensione della metropoli, e anche se Tokyo praticamente non ha un centro, noi eravamo vicinissimi a quasi tutte le zone più famose e atraenti per un gaijin (straniero) in visita: Shibuya, Ginza, Roppongi, Ueno.

Muoversi a Tokyo: sui treni, per imparare il rispetto

Gli edochiani (da Edo, l’antico nome di Tokyo) di tutte le età passano parecchio tempo della loro giornata a bordo di un treno e questo – a meno che non proveniate da una grande città come Roma o Milano – è uno dei primi elementi che balza all’occhio e ti fa capire perché la puntualità sia una dote che mezzi e persone devono assolutamente possedere.

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Scolari impegnati in una partita a Pokemon (ph. Riccardo Cepach)

La Metro di Tokyo (qui una guida pratica per incominciare a farsi un’idea) è, quindi, un mondo tutto da scoprire e – se non la vivete come un problema – vi mostrerà uno degli aspetti più interessanti dello stile di vita giapponese: il rispetto (per gli altri e per gli oggetti) agito dal singolo come forma necessaria alla sopravvivenza del gruppo.

I treni e le stazioni sono puliti e curati; i ritardi sono contemplati solo per cause di forza maggiore, ma non sono la regola (quando si verificano, oltre alle scuse fatte direttamente ai passeggeri dalla compagnia, sono previsti rimborsi istantanei e soluzioni alternative) e questo accade perché il livello di servizio non deve essere un problema del cliente, ma di chi quel servizio fornisce.

Dall’altro lato, il passeggero deve impegnarsi a non ostacolare il servizio, il che significa non danneggiare i mezzi, pagare il giusto e tenere un comportamento adeguato, quindi, per esempio, salire e scendere in maniera ordinata per non favorire partenze ritardate o altri disservizi.

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Stazione della metro di Tokyo (ph. Riccardo Cepach)

Cosa significa e, soprattutto, com’è possibile tutto questo in una metropoli di 35 milioni di abitanti?

La risposta potete intuirla grazie a una storiella…

Eravamo seduti in un bar e Matias stava facendo a pezzi il tovagliolino di carta che aveva usato dopo aver mangiato un dolcetto.

Attenzione: Mati non stava lasciando cadere a terra i pezzi di carta, ma stava facendo a brandelli un banalissimo oggetto (dal nostro punto di vista) che, per giunta, sarebbe finito nella pattumiera, ok?

La nostra amica giapponese lo osservava in silenzio.

Ad un certo punto, dopo avermi chiesto il permesso (essendo io la madre del piccolo C.-san) gli disse: “Matias, perché stai facendo questo?”

Matias rispose che si annoiava.

Sawa, allora, disse: “Quindi, tu disonori il lavoro della persona che ha fatto questo tovagliolino solo perché sei annoiato? Non lo sai che in tutti gli oggetti rimane un po’ dello spirito della persona che li ha fatti? Tu non sai chi è questa persona, ma l’impegno e il tempo che ha messo a disposizione per permetterti di avere un tovagliolo con il quale pulirti la bocca vanno rispettati. Sii gentile. A te non piacerebbe sapere che un bambino, solo perché è annoiato, sta facendo a pezzi un tuo disegno.”

Tutto chiaro, vero?

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Izakaya è una taverna tipica giapponese (ph. Riccardo Cepach)

Mangiare a Tokyo: non solo sushi!

Mi credete se vi dico che nell’arco di due settimane fra Tokyo, Kyoto e Osaka abbiamo mangiato sushi solo una volta e l’abbiamo fatto alla fine del viaggio, solo per accontentare il dottor C?

In Giappone, infatti, si può mangiare molto altro (e di tutto: non ci sono limitazioni alimentari) e il sushi è un po’ come da noi la pizza, una delle tante opzioni di una cucina ricchissima di varianti.

La prima sera a Tokyo Sawa ci portò in una locale “young” di Shinjuku nel quale provammo a combattere il jet lag assaggiando piatti nippo adattati al gusto “moderno” e occidentale. Insalate di pollo speziato, verdure saltate in padella con sesamo e tamagoyaki (omelette giapponesi che in realtà vengono consumate a colazione): un modo molto soft per approcciare la cucina giapponese e incominciare a cambiare gusto.

Qualche giorno dopo, invece, insieme a un’altra amica, Aya, andammo in un ristorante “old style” per assaggiare qualcosa di più tradizionale.

E qui, signori, si aprì un altro canale del nostro viaggio: capire che il nutrimento non è legato alla quantità, ma alla qualità e che la presentazione di un cibo fa parte della relazione che si crea fra chi l’ha preparato e chi sta per gustarlo.

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Alla scoperta del cibo tradizionale (ph. Riccardo Cepach)

Che si tratti di una pietanza da assaporare in compagnia, magari per rinsaldare un rapporto di amicizia o familiarità, o di “fast food” da consumare velocemente per strada, spesso da soli, fra un treno e l’altro, fra un’attività e un’altra, la qualità della materia prima, la freschezza degli ingredienti, l’equilibrio fra i colori, la forma e il gusto sono caratteristiche fondamentali per garantire la capacità nutritiva e riflettono – senza pietà – il livello di cura raggiunto da chi quel cibo ha preparato, fosse anche un operaio alla catena di montaggio del packaging.

Nei giorni successivi Sawa ci portò in un paio di izakaya, traducibile più o meno con “taverna” (per i triestini: molto simile al nostro “buffet”). Izakaya è un locale tipico giapponese segnalato da una lanterna rossa all’esterno, dove servono il sake e si può mangiare con la formula “all you can eat”.

Potrei farvi un lungo elenco di cibi da provare oltre al sushi (se non resistete, per sedare almeno un po’ l’ansia da “turista informato” guardate qui) fra i quali gli ormai noti: zuppa di miso, ramen, tempura, tonkatsu, okonomiyaki, eccetera; tuttavia, credo sia più importante – qualora doveste sbarcare in questo meraviglioso paese – tenere a mente che ogni piatto ha una piccola storia e che ognuna di queste piccole storie è il vero segreto del suo sapore.

A Tokyo con i bambini: manga, anime, parchi, favole e videogames

Per quanto caotica e affollata, Tokyo è una metropoli che offre varie occasioni di divertimento anche per chi viaggia con bambini.

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Megastore di manga e anime, i fumetti e i cartoni animati giapponesi (ph. Riccardo Cepach)

Non solo è possibile perdersi fra gli interminabili scaffali dei negozi di fumetti (spesso ospitati all’interno di centri commerciali, a loro volta propaggini delle grandi stazioni della metropolitana) a caccia di “originali” da collezione ma anche – se non siete contrari ai videogames – passare qualche ora nelle altrettanto vaste sale gioco, stando però ben attenti a non sbagliare e varcare la soglia di un Pachinko parlor.

I Pachinko parlor, infatti, sono sale da gioco riservate agli adulti, talvolta immerse nel fumo e riempite da una musica assordante. Il Pachinko è un gioco d’azzardo che funziona tipo il flipper, solo in verticale.

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Pachinko parlo (ph. Riccardo Cepach)

Un altro sistema per far divertire i bambini è organizzare una gita al Parco di Ueno, il più antico parco pubblico di Tokyo, famoso soprattutto per la celebrazione della fioritura dei ciliegi.

Il Parco di Ueno è una meta molto frequentata durante il week end e al suo interno ci sono un lago navigabile tramite barche e cigni natanti, uno zoo, templi e diversi musei dedicati alle arti.

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Ueno Park (ph. Riccardo Cepach)

Tuttavia, se volete davvero entusiasmare i vostri piccoli (e trascorrere voi stessi qualche ora immersi nella magia) non potete perdervi il Ghibli Museum di Mitaka.

Il Ghibli Museum, voluto dal grande Hayao Miyazaki, il creatore di capolavori del cinema di animazione come Il mio vicino Totoro, Il castello errante di Howl, Porco Rosso e molti altri, contiene decine di disegni e storyboard originali, un gigantesco gatto-bus in peluche, un cinema nel quale vengono proiettati alcuni corti in esclusiva per il museo, la statua di uno dei robot di Laputa: castello nel cielo e altre attrazioni.

La prima storia su Tokyo finisce qui. Nel prossimo post gireremo un po’ per le strade di Ginza e Roppongi Hill e attraverseremo l‘incrocio più affollato del mondo, quello di Shibuya, famoso anche per essere comparso nel film Lost in translation.

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