5. Templi, isole e… serpenti

Non esattamente in quest’ordine, ma templi, isole e serpenti furono, in estrema sintesi, le attrazioni che la Thailandia ci offrì dopo Bangkok.

Ci spostammo in treno dalla Città degli Angeli alla “capitale del nord”, Chiang Mai.

L’idea di viaggiare di notte, in wagon-lit, ci era piaciuta innanzi tutto perché costava meno di un volo e poi perché il treno ci era sembrato un buon modo per attraversare il Paese da sud a nord sbirciando (almeno dal finestrino) cosa stava nel mezzo.

Il viaggio fu piacevole; il nostro steward (o hostess) era una kathoey (o ladyboy) e ci seguiva con amorevole attenzione. L’unico problema furono le dimensioni della cuccetta: adeguatissime per un thailandese, decisamente piccole per un occidentale di grandi dimensioni.

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Il giardino del River View Lodge Hotel a Chiang Mai (ph. Riccardo Cepach)

A Chiang Mai, dopo qualche ricognizione, trovammo l’alloggio che faceva al caso nostro: il River View Lodge Hotel era un tranquillo angolino di paradiso con stanze confortevoli e pulite, una piscina e un meraviglioso giardino.

Chiang Mai è una delle principali città della Thailandia, tuttavia è molto più “vivibile” di Bangkok e non meno ricca di splendidi templi, come il Wat Chedi Luang, che nel XV secolo ospitò perfino il Budda di Smeraldo, il custode del Regno di Thailandia, e il Wat Phra Doi Suthep, uno dei luoghi di culto più importanti della Thailandia, che contiene un chedi con le reliquie di Budda.

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Wat Chedi Luang, Chiang Mai (ph. Riccardo Cepach)

Da Chiang Mai, inoltre, si possono organizzare dei trekking nei villaggi di montagna, abitati dalle cosiddette tribù delle colline, con tanto di visita agli allevamenti di serpenti e giro nella giungla a dorso di elefante.

Io, Gianni e il dottor C – ovviamente – decidemmo di partecipare.

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Snake Farm

Questo non è Indiana Jones ma il dottor C, immortalato mentre, a grandi passi, varca la soglia dell’allevamento di serpenti, prima tappa della nostra giterella fra i monti.

Perché visitare un allevamento di serpenti? – vi starete chiedendo.

La risposta a una domanda più che lecita, è la seguente: per sostenere economicamente la coltura delle striscianti bestiole e, allo stesso tempo, la produzione di antidoti. In breve, paghi il biglietto, assisti allo spettacolo e scopri come tirare fuori il veleno dalle ghiandole di un cobra.

Prima di raggiungere il “teatro”, però,  ricevi un omaggio di benvenuto, solo che al posto della ghirlanda di orchidee…ti mettono al collo un pitone.

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Ora, secondo voi, dopo asini, dromedari e squali, io cosa feci?

Schernita dai due maschi, risposi alla guida che intorno al mio collo non riuscivo a immaginare nulla di diverso da un fazzoletto rosso. E meno male, dato quello che accadde dopo.

Le cose di ogni giorno raccontano segreti/ A chi le sa guardare ed ascoltare/ Per fare un tavolo ci vuole il legno/ Per fare il legno ci vuole l’albero/ Per fare l’albero ci vuole il seme/ Per fare il seme ci vuole il frutto/ Per fare il frutto ci vuole il fiore/ Ci vuole un fiore, ci vuole un fiore/ Per fare un tavolo ci vuole un fiore…

Avete presente la canzone di Sergio Endrigo? Bene, io per trattenere l’ansia durante la danza con i serpenti me la canticchiavo mentalmente, solo che la mia faceva così: “Per fare un antidoto ci vuole il veleno. Per fare il veleno ci vuole il serpente, ci vuole il serpente. Per fare l’antidoto ci vuole il serpente…”

Il serpente, infatti, produce veleno, ingrediente base dell’antidoto, quando è sufficientemente eccitato. Ecco perché il ragazzo lo agitava, fissandolo negli occhi e contorcendosi nell’arena come se fosse egli stesso un serpente.

Thailand_05Io, intanto, canticchiavo. Non era questione di cinismo, ma di paura. Sedevamo sulle gradinate del piccolo anfiteatro, a pochi metri dalla strana coppia di ballerini; dietro a me c’erano il dottor C, Gianni e le pitonesse.

Ad un certo punto, dopo che ne erano già stati “spremuti” un paio, il giovanotto tirò fuori da un cesto la star: il cobra.

Riprese la danza e l’animale cominciò a lanciare affondi, via via più aggressivi; il compagno di ballo li evitava abilmente; il pubblico tratteneva il fiato.

Dopo cinque minuti il cobra era incazzato come una mangusta. Meno male, siamo quasi alla fine – pensai. Adesso lo spreme, e stop.

E invece no.

Il ragazzo, forse per una distrazione, perse la presa e il serpente gli sfuggì di mano, lanciandosi, praticamente in volo, contro il pubblico.

Le prime due file, me compresa, balzarono in piedi. Un americano, precursore del parkour, saltò – in salita! – quattro gradinate a due a due.

Mentre il domatore di serpenti rincorreva il cobra, alle mie spalle sentii una sorta di barrito.

Era il dottor C che, ipnotizzato dallo spettacolo, ed essendosi dimenticato di avere un pitone al collo, si era sentito improvvisamente lambire la guancia da una linguetta saettante e aveva rischiato il coccolone.

Il cobra, poveraccio, venne catturato, spremuto e rimesso nella cesta. Tutti applaudirono, restituirono le loro ghirlande squamose e finalmente potemmo proseguire verso i villaggi del nord.

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Le tribù delle colline

Per come la vedo io, a meno che non vi passiate per trascorrere qualche giorno nella giungla o abbiate intenzione di proseguire verso i paradisi artificiali dell’oppio, i villaggi delle colline sono solo una meta per turisti a caccia di “atmosfere genuine” e foto in stile National Geographic.

Insomma, non ci tornerei. Se non altro perché odio le “riserve indiane”, cioè quei posti nei quali alcuni uomini osservano altri uomini e i primi considerano “pittoreschi” i secondi.

Comunque, in questi piccoli villaggi rurali sopravvivono (anche grazie agli spiccioli dei turisti) alcuni rappresentanti dell’etnia Hmong, diffusa principalmente nella Cina del sud, in Vietnam, Laos, Birmania e, appunto, Thailandia del nord.

La vita, qui, non è particolarmente comoda.

Alcuni ci spiegarono che gli unici contadini che si erano arricchiti erano stati quelli che avevano coltivato l’oppio per i Signori della Guerra del Triangolo d’Oro (dove in effetti ci trovavamo) ma anche che, ormai, le piantagioni erano state perlopiù distrutte o sostituite con altre colture, perché il grosso della produzione era stato dirottato altrove (ad esempio in Afghanistan, nella Mezzaluna d’Oro).

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Donna al telaio in un villaggio hmong (ph. Riccardo Cepach)

Ci dissero che chi era rimasto non coltivava più oppio, che la polizia (se non si lasciava corrompere) era molto dura con i farang che compravano droga e che l’oppio, nella tradizione delle tribù di montagna, poteva essere consumato solo dagli anziani come antidolorifico o per aiutarli a morire dolcemente.

I maschi adulti, specialmente, non dovevano farne uso perché li avrebbe rovinati, impedendo loro di lavorare e di mantenere la famiglia.

Sarà stato un caso ma, girando per le strade del villaggio, al lavoro trovammo solo donne.

Di nuovo verso il Sud

Il nostro viaggio in Thailandia proseguì puntando la bussola di nuovo a sud. Lasciammo – un po’ a malincuore – Chiang Mai e volammo a Sukhothai, la penultima tappa prima di raggiungere le Isole del Mare delle Andamane.

A Sukhothai (“Alba della felicità”) – dove nel XIII secolo sorse il primo grande regno siamese – c’è un parco storico riconosciuto da UNESCO Patrimonio dell’Umanità che va assolutamente visitato. Di seguito, un po’ di immagini che “parlano da sole”.

Dopo un paio di giorni nella magica Sukhothai dove, prima di andare a dormire, ce ne stavamo a bordo piscina a chiacchierare e ascoltare i canti notturni dei monaci, … ripartimmo verso Bangkok e da qui, per la provincia di Trang, in modo da raggiungere le isole meno battute dal turismo di massa, che si trovano nella parte meridionale del Mare delle Andamane, verso lo Stretto di Malacca.

Scendendo lungo la foce del fiume Trang, in un’ambientazione degna di un romanzo di Conrad … uscimmo in mare aperto verso la prima isola: Ko Sukorn. Da qui, nel corso dei giorni successivi, e prima di ritornare in Italia, ci spostammo a Ko Kradan, Ko Muk e Ko Rok.

Con le immagini che seguono si concluse il nostro viaggio in Thailandia, un Paese meraviglioso, nel quale speriamo di ritornare (anche con nostro figlio).

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