4. Bangkok, la Città degli Angeli

Forse, per scoprire se per me funziona ancora “l’effetto Bangkok”, dovrei ritornarci per la quarta volta.

L'”effetto Bangkok” agisce, puntuale, appena scesa dall’aereo e nonostante la stanchezza e il jet lag.

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Il Budda disteso del Wat Phra Kaew (ph. Riccardo Cepach)

Di fronte al gigantesco “Sawasdee”, il dorato benvenuto nella Terra del Sorriso, alle spalle dei banchetti del controllo passaporti, incomincio subito a stare bene, a dimenticare gli affanni, a sorridere.

Per questo motivo, quando qualcuno mi dice che Bangkok è un inferno, io non capisco.

Per me è davvero la Città degli Angeli, e non solo perché l’epiteto è compreso nel suo nome per esteso, ma perché in nessun’altra città ho percepito la medesima, incredibile, grazia (e determinazione) nell’includere, sempre con un occhio alla bellezza, le contraddizioni dell’esistenza.

Krung Thep, una formula magica

Una società retta da un’incarnazione di Vishnu è interamente permeata di magia.

(Lawrence Osborne, Bangkok)

Krung Thep Maha NakhonAmon Rattanakosin Mahinthara Yuthaya Maha Dilok Phop Noppharat Ratchathani Burirom Udomratchaniwet Mahastan Amon Phiman Awatan Sathit Sakkathattiya Witsanu KamPrasit, ovvero: La Città degli Angeli, la Grande Città, la Città dell’Eterno Gioiello, l’Inespugnabile Città del Dio Indra, la Grande Capitale del Mondo incoronata da Nove Gemme Preziose, la Città Felice, resa ricca dal gigantesco Palazzo Reale che assomiglia alla Dimora Celeste, dove regna il Dio Reincarnato, la Città donata da Indra e costruita da Vishnu.

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Wat Phra Kaew (ph. Riccardo Cepach)

Krung Thep eccetera, eccetera, non è solo un nome, ma un microcosmo che, come la bottiglia trovata da Aladino, contiene il genius loci, lo spirito del luogo.

Chi va a Bangkok, oltre a esprimere desideri, dovrebbe essere obbligato a meditare seriamente sul nome completo della città.

In quel nome, come in una formula magica, ci sono la fonte del sanuk (la gioia di vivere), della tolleranza (specialmente nei confronti degli Occidentali), fondata sulla consapevolezza dei diversi livelli di evoluzione umana e, allo stesso tempo, un codice di comportamento in base al quale, per esempio, mancare di rispetto al Re è come offendere Indra e rappresenta un vero e proprio crimine.

Ma allora, il nome “Bangkok” da dove salta fuori?

Bang Makok era un piccolo porto cinese in affari con Ayutthaya, capitale del Siam fino al XVIII secolo. Ayutthaya venne distrutta dai birmani e la capitale fu trasferita 70 chilometri a Sud, sulla riva destra del Chao Phraya, il grande fiume navigabile sul quale si trovava, dalla parte opposta, anche Bang Makok.

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Wat Arun, Thonburi (ph. Riccardo Cepach)

Il nucleo originario della nuova capitale sorse a Thonburi, di fronte all’odierna Bangkok, e da Thonburi, a febbraio del 2004, iniziò anche il nostro viaggio in Thailandia.

Bangkok e il suo Fiume

Stavolta eravamo partiti in tre: io, il dottor C e un amico di entrambi, Gianni.

Per me era il terzo giro a Bangkok e, poiché dai due precedenti avevo imparato che il modo migliore per evitare il caos del traffico cittadino era quello di sfruttare la via d’acqua, volendo risparmiare ai miei compagni di viaggio un impatto troppo “duro” con la metropoli asiatica, avevo proposto di alloggiare a Thonburi, una zona decentrata, e muoversi – per quanto possibile – come a Venezia, in “vaporetto”.

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La vita lungo il fiume ti fa scoprire un aspetto diverso di Bangkok, lontano dal mondo caotico e super avvenieristico che ha preso piede dagli anni Ottanta del secolo scorso.

Gli imbarcaderi spesso, per non dire sempre, sono al fondo di un soi (vicolo) nel quale c’è un mercato.

Per capire quanta importanza abbia avuto il fiume nella vita di Bangkok basta pensare che Mèe Naam, come i thailandesi chiamano il Chao Phraya, significa più o meno Madre d’Acqua.

Ecco perché, io, Gianni e il dottor C, catturati istantaneamente dalla magia del fiume, cominciammo a esplorare la città partendo dai  klong (canali) di Thonburi, che sono quanto rimane dell’antica “Venezia dell’Est”.

Il giro dei klong è un’esperienza che consiglio di fare perché si entra in un mondo “parallelo”, nel quale i rumori  della metropoli lasciano il posto a quelli del motore della barca, dello sciabordio dell’acqua e delle grida dei bambini che giocano.

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In barca nei “klong” di Bangkok. (ph. Riccardo Cepach)

Le case su palafitte hanno quasi tutte il molo. Sembra di fare un viaggio nel tempo. E, specialmente per chi vive in una città dove c’è l’acqua, a tratti, il passato ritorna più chiaro.

Per le informazioni pratiche, se mai voleste organizzare una gita da quelle parti, potete dare un’occhiata qui.

Bangkok e il suo passato

Bangkok ha voltato le spalle al suo passato, distruggendolo materialmente un po’ alla volta: è il soprannaturale che la costringe a farci i conti.

Cito nuovamente Lawrence Osborne perché al momento sembra essere il punto di riferimento letterario più gettonato per “vivere” la città.

Osborne e gli occidentali in cerca d’amore, che vengono a Bangkok essenzialmente per morire (o rinascere), fanno parte di una categoria ben precisa.

Siamo tutti farang (da foreign), cioè “stranieri” equamente tollerati, ma ai quali, si vocifera, la reale comprensione del mondo thai sia del tutto interdetta – o almeno così mi spiegò un nostro connazionale sposato con una ragazza del posto e che viveva lì da almeno vent’anni.

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Anche questo, d’altro canto, fa parte del misterioso fascino che l’Oriente esercita sugli occidentali.

L’Oriente, in fondo, ci offre la possibilità di rinunciare a capire senza far la figura degli imbecilli. Il che, provenendo dall’impero della razionalità e della scienza, non è cosa da poco. È rilassante. Come un massaggio.

E a Bangkok, come a Chiang Mai, vi prego, andate nei templi dove ci sono le scuole di massaggio tradizionale e fatevi torcere ogni muscolo. Ne uscirete con la sensazione di pesare dieci chili in meno.

Anyway, ritornando alla citazione di Osborne, e da quel niente che immagino di aver colto le volte che ci ho passato qualche giorno, mi sento di dire che – forse – Bangkok non ha mai voltato le spalle a un determinato tipo di passato: per esempio quello che vede perdurare l’animismo in seno a una società principalmente buddista.

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Casa degli spiriti (ph. Riccardo Cepach)

Allo stesso modo, come i thailandesi, pur costruendo grattacieli, rimangono profondamente legati al loro Re-Dio e alle loro tradizioni famigliari, il culto degli spiriti (e dei morti) –  che trovano casa in piccoli tempietti agli angoli delle strade e sono simili, mutatis mutandis, alle nostre edicole votive dedicate ai santi – ha il suo posto accanto alla “religione di stato”.

Come a Bangkok si può prendere la metropolitana o lo sky train, è altrettanto possibile salire su un tuk-tuk e sfrecciare a rotta di collo nell’orribile traffico cittadino, senza avere la garanzia di restarne indenni.

A Bangkok il dualismo, l’aut aut, vanno a farsi fottere (letteralmente) perché – oltre a esistere il terzo sessocontraddizione, opposizione e presa di posizione sono destinate a essere commentate con un “mai pen laaai” (il “non c’è problema” che trovi, guarda caso, anche in India) e che, però, non significa “puoi fare tutto quello che vuoi perché ti senti superiore (o inferiore)”, ma “siamo tutti nella stessa barca e per attraversare l’oceano sono importanti sia il capitano che il mozzo”.

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Tuk tuk (ph. Riccardo Cepach)

Bangkok e il suo mito

Nell’immaginario di noi Occidentali Bangkok ha un posto speciale (e i thailandesi lo sanno).

A Bangkok puoi varcare la tua soglia personale e incominciare a navigare verso la “terra incognita”, nel senso che potresti trovarti a fare cose che ti spiegano altre cose, che ti portano a scoprire cose che forse sapevi ma che sono cose che solo qui hanno un senso, e quindi è un bel casino perché, poi, una volta che hai sbirciato le terga di Dio, ti viene il desiderio di non tornare indietro.

No, non sto parlando di grandi prese di coscienza o di trasgressioni con la “T” maiuscola, ma della possibilità di guardare a se stessi con genuina simpatia, sorridendo, insomma, anche se i problemi rimangono lì dove sono.

Oh-oh, sarà mica per questo che siamo nella Terra del Sorriso?

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