3. Tonga: la Perla del Sud Pacifico

A metà giugno del 2002, io e il dottor C, sopravvissuti al banchetto del nostro matrimonio (da qualche parte ci deve essere ancora una videocassetta della festa ma, grazie allo sviluppo tecnologico, fortunatamente nostro figlio non avrà mai la possibilità di vederla), partimmo per il viaggio di nozze. Destinazione: Regno di Tonga.

L’idea di andare in Polinesia era venuta al dottor C leggendo il blog di un nostro compatriota, emigrato nell’arcipelago tongano, il quale ne parlava come di un luogo poco battuto dal turismo, dove potevi ancora assaporare – oltre all’incredibile bellezza della natura – anche la magica atmosfera che aveva sedotto, secoli prima, marinai e artisti occidentali.

Io, che mi sarei “accontentata” di qualche tropico più vicino, fui solleticata dalla possibilità di andare per davvero all’altro capo del mondo (Tonga è sulla linea del cambio di data) e, considerato il fatto che la nostra lista di nozze era stata organizzata apposta per permetterci un viaggio memorabile, accettai di buon grado.

Per raggiungere il Regno di Tonga volammo quasi per un giorno intero: Trieste – Roma – Londra – Los Angeles – Samoa – Tonga. Quattro scali per un totale di circa 23 ore di volo. Roba che, sommata al fuso orario, fa l’effetto di una martellata in fronte.

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Questa qui accanto, infatti, è una delle ultime immagini che ricordo di aver visto mentre compivamo il tragitto da Samoa a Tonga; poi rimasi in catalessi per due giorni.

In giro per Tongatapu

Le nostre basi per tutta la permanenza nelle “Isole degli Amici” (così chiamate dagli occidentali per la cordialità della popolazione) furono Ha’apai e Tongatapu, l’isola principale dell’arcipelago tongano la cui capitale, Nuku’alofa, sede del Palazzo Reale (e, quindi, del Governo), è quella che per noi sarebbe una cittadina di medie dimensioni.

Per iniziare “morbidi” (dopotutto eravamo in luna di miele) avevamo prenotato dall’Italia un bungalow in un resort sulla spiaggia, decisi, una volta recuperate le forze, a spostarci in qualche struttura meno pretenziosa.

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Il “nostro” resort a Tonga.

Il posto era carino, gestito da australiani simpatici, i quali ci consigliarono di contattare un loro amico inglese che faceva la guida insieme al figlio adottivo, il piccolo Toni di sei anni.

Tongatapu si può girare in una giornata e quello che si vede, oltre a innumerevoli luoghi di culto (“Ogni confessione, qui, è rappresentata” ci disse orgogliosa la guida), maiali selvatici che per sopravvivere hanno imparato a pescare (i famosi fishing pigs), megaliti preistorici e piccole foreste nelle quali l’animale più pericoloso è un ragnetto a puntini gialli di certo non letale (“Al vertice della catena alimentare qui abbiamo il gatto domestico”; come a dire: a Tonga non ci sono animali pericolosi.

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Fishing pigs (ph. Riccardo Cepach)

Sulla terra, chiaro. In mare è altra cosa.), quello che si vede, dicevo, e che resta impresso per la sua potenza, è l’Oceano. Il Pacifico sterminato e rombante che ricama, insieme al vento, le scogliere dell’isola e crea un paesaggio talmente inedito da sembrare di un altro pianeta.

Quello che vedete sotto non è una spiaggia ma il sommitare di una falesia alta decine di metri. L’Oceano scava nella roccia dei camini che risucchiano le onde e le sputano fuori come da sfiatatoi di balena. E poi c’è il dottor C, temerario, che sfida gli elementi e viene graziato dagli dei.

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Paradise on Earth

“Sembra il Paradiso in terra” è l’escalamazione ricorrente di coloro che si trovano per la prima volta a navigare in mezzo agli atolli polinesiani e anche noi, a bordo del “Whalesong” (Il canto della balena), ci scoprimmo a dirlo. La bellezza della natura da quelle parti è talmente esagerata da mettere quasi a disagio.

La barca ci portava da un isolotto all’altro e ogni volta saremmo rimasti per ore, seduti sulla sabbia di zucchero, a fissare i blu, gli azzurri e i turchesi del mare e del cielo, sorridendo come ebeti e perfino commuovendoci un po’ davanti a tanto splendore.

Io sguazzavo come una paperella nell’acqua cristallina, pregustando il momento dello snorkeling in prossimità della barriera corallina. Il dottor C passeggiava, scattava foto e scambiava due chiacchiere con gli altri passeggeri.

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Sulla barriera corallina (ph. Riccardo Cepach)

Finalmente, dopo la terza o quarta spiaggia stratosferica, il “Whalesong” prese il largo e ci furono distribuiti pinne, maschere e boccagli. Mi bardai, tutta contenta, pronta a tuffarmi nell’altro paradiso, quello marino, sicura di poter ammirare nuove meraviglie.

Guardavo il dottor C e gli altri passeggeri, pensando che eravamo dei mortali fortunati benché un po’ ridicoli. Forse, agli occhi di un pesce, saremmo potuti sembrare bizzarre creature dai piedi palmati, dotate di un solo grande occhio lattiginoso e di strane branchie fluorescenti

“Già” – disse, all’improvviso, una perfida vocina nella mia testa  – “chissà come ci vedrebbe uno squalo?”

“Non spariamo cazzate” – rispose un’altra voce, bassa e calma – “All’interno della barriera corallina NON ci sono squali.”

“Toh, guarda: è arrivato l’ittiologo” – disse la vocina, e suggerì di verificare con la guida, visto che ormai il motore tossiva e in pochi secondi il “Whalesong” si sarebbe fermato per farci scendere in mare.

Spostai la maschera sulla fronte, mi alzai e, palmipede com’ero, tentai di raggiungere il nostro uomo a prua, camminando all’indietro sotto lo sguardo preoccupato del dottor C.

La guida sorrise. Dovevo pazientare ancora un paio di minuti, dopodiché sarei potuta entrare nel magico mondo di sotto.

Lo ringraziai e dissi che non avevo fretta, anzi lo disturbavo perché dovevo assolutamente togliermi un dubbio, anche se probabilmente si trattava di un dubbio stupido, e mi scusavo in anticipo per l’idiozia della domanda, soprattutto perché da qualche parte avevo letto che … O forse, non ricordavo bene, me l’aveva detto qualcuno, e insomma: al di qua della barriera corallina non c’erano gli squali… VERO?

L’uomo scoppiò a ridere, allargò le braccia e disse: “Sharks are everywhere!” (Gli squali sono ovunque). Poi, a beneficio di tutti, spiegò che “al di qua” c’erano i più piccoli, suppergiù di sette metri come lo squalo bianco, mentre quelli grandi, come il mitico squalo balena, che può arrivare anche a venti metri ma è innocuo per l’uomo, stavano “al di là”.  Lui, in ogni caso, ci consigliava di prestare attenzione soprattutto ai coralli, che sono taglienti, perché: 1) ferendosi, ci si poteva infettare, e 2) rilasciare sangue nell’acqua avrebbe aumentato la probabilità di richiamare qualche branco di … squali.

Secondo voi, io, come la presi?

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Hell in the water

Il dottor C mi guardava senza osare aprir bocca, con l’espressione affranta, in attesa dell’inevitabile.

“Io non mi butto. Non voglio morire in viaggio di nozze, men che meno sbranata da un pescecane.”

“Lisa, tesoro, non diciamo stupidaggini. Sei nel posto più bello del mondo e stai per vedere qualcosa di unico. Adesso la smetti e entri in acqua con me.”

“No, ho detto di no. L’hai sentito anche tu: là sotto è un inferno. Non ce la posso fare. Magari arriva uno squalo e non fa nemmeno in tempo a mordermi perchè io come lo vedo, bum! schiatto per un infarto. Vai tu. Non voglio finire sui giornali. Morta d’infarto in luna di miele. Scherziamo…”

“Ma insomma, smettila! Siamo rimasti a bordo solo io e te. Possibile mai che ti vengano ‘ste domande sempre nei momenti meno opportuni?”

“E quando dovrebbero venirmi? Quando sono sotto la doccia? E comunque a te non importa mai niente, ecco. E se muoio, eh?”

Rimpatrieremo la salma!

Il “rimpatrieremo la salma” del dottor C la ebbe momentaneamente vinta sul mio terrore: ci tuffammo nello splendido blu e nuotammo fianco a fianco, io ancora un po’ rigida, insieme agli altri passeggeri del “Whalesong”.

Vidi meraviglie: tutti i pesci multicolore che potete immaginare mi danzavano intorno. La barriera corallina sorgeva come un grande muro, brulicante di vita. Era fantastico e stavo quasi per rilassarmi quando, a meno di tre metri da noi, il giovanotto americano che già a bordo non mi era sembrato particolarmente brillante,  incominciò a perdere sangue da un polpaccio.

Non c’è niente da fare: in tutte le comitive c’è sempre quello che non è stato attento, che non ha capito le istruzioni e che – porcazozza – ti segue come un’ombra.

La colonna sonora del film “Lo squalo” partì a manetta nella mia testa.

Afferrai il dottor C per una caviglia, agitandomi come una murena. Quando si girò, vidi due occhi a palla dietro il vetro della maschera. Che diavolo avevo, adesso?

Gli indicai il filo rosso che serpeggiava nell’acqua e mi sembrò di sentire un mugolio, attraverso il boccaglio, che poteva essere un “ma va’ in mona, va’ “, la tipica esclamazione di mio marito quando gli rompono le balle.  Poi, però, mi cinse la vita con un braccio e ritornammo con calma verso la barca.

Keep calm and sail on

Luoghi incantevoli, sempre verdi; clima perfetto; perfette figure di uomini e donne, con fiori rossi tra i capelli.

Così scrive Robert Louis Stevenson (autore de “L’Isola del tesoro” e de “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde”) a proposito della “sua” Polinesia, ovvero Samoa, nella quale visse gli ultimi anni della sua esistenza e fu sepolto.

Lo stesso si può dire dell’arcipelago del Regno di Tonga.

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Secondo voi mi stavo divertendo? 😀 (ph. Riccardo Cepach)

Il giorno dopo la gita alla barriera corallina decidemmo di noleggiare una barca a vela (con skipper) e lasciare Tongatapu per fare un giro fra le isole più piccole. Quella fu l’esperienza che rese definitivamente memorabile il nostro viaggio di nozze.

Riguardo al sentirsi liberi, non credo di aver mai provato un‘emozione paragonabile a quella che mi diede la barca quando, lasciata la baia nella quale avevamo passato la notte dopo aver cenato a terra, in un’isola tutta nostra, correvamo verso l’isola successiva, e il nostro skipper mi faceva tenere il timone.

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Riguardo al comprendere la bellezza, non credo di essere mai stata tanto circondata da un’armonia così perfetta di forme e colori, sia nella natura che nelle persone.

Ho visto isole pressoché vergini e giovani uomini e giovani donne simili a dei.

Riguardo alla serenità e alla gioia, posso dire che i tramonti nel mare della Polinesia hanno qualcosa di soprannaturale. Laddove il Sole ha la sua dimora, anche le notti sono le più dolci.

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