2. Marrakech Express

Il 2001 fu un anno funesto, per il dottor C e per il mondo intero. Il suo capitano ci lasciò a giugno; a settembre l’Occidente entrò in guerra contro i fantasmi del passato. A ottobre, applicando la FMP, cioè “Free Mind Philosophy”, la stessa che qualche anno dopo ci avrebbe visti scegliere la Thailandia in periodo di influenza aviaria, perché secondo noi arrendersi all’isteria collettiva non è mai una buona idea, partimmo per il Marocco.

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Il dottor C e la Moschea di Hassan II, Casablanca

A Casablanca rimanemmo due notti, provando il brivido della trasgressione in uno dei locali underground, frequentati da coppie di ventenni in minigonna e giacca nera, nei quali potevi bere birra e mangiare mortadella a cubetti (sic!). Altrettanto a Fes, tappa finale del viaggio, raggiunta in macchina costeggiando l’Alto Atlante, città imperiale e sede di famose concerie artigianali, le cui vasche di colore sembrano una gigantesca tavolozza.

Ma fu a Marrakech, dove il dottor C mise in atto il suo rilevatore di posti “smart” e trovò una stanza proprio sulla Djemaa el-Fna, la piazza più incredibile che io abbia mai visto, che incominciò la nostra avventura nel Sud.

Djemaa el-Fna: il più grande spettacolo all’aperto del mondo

Ci svegliavamo al suono di pifferi e tamburi e scendevamo nella medina multicolore in cerca di un caffè. Vagavamo per ore fra i souq degli artigiani, circondati da acrobati, giocolieri, venditori di erbe magiche e cantastorie, con l’impressione di essere fuori dal tempo, finché il muezzin lanciava il richiamo alla preghiera e, nel tramonto viola arancio, si accendevano le prime lampade.

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Acrobati nella Djemaa el-Fna a Marrakech (ph. Riccardo Cepach)

Era il momento di indossare il giubbotto e passeggiare lungo il fiume di bancarelle di cibi, attrezzate con bombole a gas e piastre sulle quali sfrigolavano spiedini di agnello, o fornelli da campo per scaldare le tajine, le tipiche casseruole nordafricane per gli stufati di carne e verdure, serviti con le pitas o l’immancabile cous cous.

Una sera di vento freddo, che invitava a scaldarsi, io e il dottor C, terminata la cena, ci spostammo presso i chioschi dei venditori di dolci e tè. Ogni cultura ha le sue sostanze, più o meno “legali”, per alterare la coscienza e in Marocco, tralasciando il kif (hashish), si può serenamente passare alla noce moscata.

I dolcetti e una specie di punch analcolico a base di quella che i romani chiamavano nox vomica, se incamerati in quantità adeguata, provocano, infatti, una sbornia leggera e allegra, particolarmente ricercata dai giovani maschi che – soprattutto in periodo di ramadan, quale in effetti era – dopo il tramonto affollavano quella parte della piazza, trasformandola in una singolare Oktoberfest senza birra.

Al quarto bicchierino, io e il dottor C incominciammo a fraternizzare con il gestore del chiosco, che all’inizio ci guardava ridendo ma poi, vedendo che eravamo in grado di reggere, si era fatto gentile e curioso.

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Le bancarelle di cibo della Djemaa el-Fna di Marrakech (ph. Riccardo Cepach)

Non eravamo i soliti occidentali sprovveduti, che finiscono per cacciarsi nei guai perché quando i freni inibitori si allentano, anche di poco, gli saltano pure le normali regole di convivenza civile (e non avete idea, in giro per il mondo, quanti ne ho visti, dei “nostri”, ingollarsi il cervello e la buona educazione, facendo la figura dei barbari), e questo lo aveva messo di buon umore, disponibile a chiacchierare, a farci domande e fornire risposte. Fu così che, oltre a pagare la corposa consumazione senza sovrapprezzo da turisti, ci segnalò l’agenzia più affidabile, utilizzata dai marocchini stessi che venivano in vacanza da quelle parti, per organizzare un giro di qualche giorno nella Valle del Drâa, lungo la via delle mille kasbah, in un percorso ad anello fino a Merzouga, per addentrarsi, poi, a dorso di cammello nell’Erg Chebbi, la piccola porzione di Sahara al confine con l’Algeria, e ritornare a Marrakech passando per la Valle del Dadès, che si estende fra l’Alto Atlante (a Nord) e i monti del Jebel Sarhro (a Sud).

Verso Merzouga

Eravamo un gruppo di sei persone più la guida. Io, il dottor C, una coppia di francesi oriundi marocchini e due signore canadesi in odor di misticismo new age, partimmo alle sette del mattino da Marrakech a bordo di un pulmino fuoristrada, con il necessario per tre giorni e due notti, una delle quali da passare nel deserto.

La prima tappa fu Ouarzazate, l’avamposto militare francese fondato nel 1928, divenuto centro di produzione cinematografica (“Il tè nel deserto” vi dice qualcosa?).

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Valle del Drâa (ph. Riccardo Cepach)

Da lì, puntando a Sud, raggiungemmo la Valle del Drâa, il lungo fiume che sbocca nell’Atlantico dopo aver attraversato montagne e deserti di sabbia e che rende particolarmente fertile la zona fra Agdz e Zagora, costellata da oasi con palme da datteri (sublimi), kasbah e villaggi berberi.

Passammo la prima notte in un gelido albergo di montagna, sotto la catena del Jebel Sarhro, lungo la strada che porta a Rissani e poi a Merzouga, punto di partenza per raggiungere le dune di sabbia ai bordi del Sahara. Dell’hotel, però, ricordo con piacere la bella sala da pranzo e soprattutto il delizioso tajine.

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Compagni di viaggio francesi (ph. Riccardo Cepach)

I nostri compagni di viaggio erano simpatici, più i francesi – Antoine e Valérie – delle canadesi; Antoine era grande, grosso, con gli occhi scurissimi e le ciglia lunghe, retaggio degli antenati berberi, e molto stupito dal fatto che durante le ore di trasferimento, mentre il fuoristrada ci sballottava senza pietà, io riuscissi a leggere senza vomitare, seppur seduta in senso contrario a quello di marcia. In realtà, come spiegò a cena, era preoccupatissimo, dal momento che mi sedeva davanti, ma non sapeva come dirmelo.

Andando in seconda di agnello e verdure, il dottor C si affrettò a confermare che era già successo io dessi prova di non avere organi interni, perché il mio stomaco era in grado di sopportare un numero pressoché infinito di attacchi e così, da quel momento e per tutti i due giorni successivi, diventai “la donna senza organi”, una specie di alieno dal sembiante umano che, quando non era impegnato ad ammirare ciò che gli stava intorno (consiglio vivamente il giro delle kasbah), leggeva di continuo strani libri di filosofia medievale.

Marrakech Express

Arrivammo a Merzouga verso metà pomeriggio. La guida ci annunciò che la nostra “carovana” era pronta. Non c’era tempo da perdere, il percorso a dorso di dromedario sarebbe durato quattro ore e dovevamo arrivare all’accampamento assolutamente prima che facesse buio.

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Ora, come forse già sapete (e se non lo sapete, leggete qui), io NON ho un buon rapporto con i mezzi di trasporto animali, ma un’avventura così non me la sarei persa per nulla al mondo, perciò mi ero messa nella disposizione d’animo più adatta a gestire l’ansia, non fosse che il destino è cinico e baro e quando credi ingenuamente di essere “in controllo” è la vera volta che ti arriva il colpo basso.

Fatto sta che, mentre gli altri erano già a bordo dei loro dromedari, toccò a me salire, in modo che il “Marrakech Express”, come l’aveva soprannominato la guida (perché Salvatores aveva girato un po’ del film proprio a Merzouga), potesse partire alla volta dell’Erg Chebbi.

Bene, avete presente come si fa a salire su un dromedario o cammello che sia? Adesso ve lo spiego.

La bestiola si “siede”, voi ci montate in groppa, o meglio, vi posizionate a gambe divaricate sopra l’ammasso di coperte (le stesse che userete per farvi il letto) sistemato ad arte sopra la gobba, e poi il capo carovana fa rimettere in piedi l’animale che, come nella giostra della nave pirata, prima si inclina paurosamente indietro e poi in avanti.

Terminata la manovra di risollevamento, alla quale ero sopravvissuta con i nervi abbastanza saldi, mancava solo da agganciare al resto del treno l’ultimo vagone, ovvero io e la dromedaria, ma fu allora che il fato mi fece lo scherzo. La mia cavalcatura, infatti, era giovane e – come tutti i giovani – un po’ scapestrata. Poco incline a farsi legare dietro il sedere dei compagni, approfittò di un secondo di distrazione del cammelliere e si diede alla fuga, puntando dritta verso le dune.

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Per i primi metri, cercai di non cedere al panico. Di sicuro, pensai, le urla di richiamo del padrone l’avrebbero dissuasa dal proseguire in un gesto così sconsiderato, tuttavia, quando, voltandomi, vidi che l’uomo cominciava a essere un pochino troppo lontano per i miei gusti perché quella dannata bestia correva come uno struzzo, o comunque più velocemente di qualunque altro bipede, la mia mente, nella quale già suonava a tutta forza l’allarme, incominciò a partorire immagini di me e lei perse nel deserto, sfinite dalla sete sotto un sole cocente e, prima ancora, assiderate nel buio, sotto la meravigliosa luna, in compagnia dei bianchissimi scheletri di altri deficienti in cerca di avventure.

Voi cosa avreste fatto?

Al posto di una potenziale notte solitaria fra le dune, io scelsi il pubblico ludibrio e, facendomi coraggio con il pensiero che sarei atterrata sulla sabbia, saltai giù. Tie’, bellezza, corri da sola, le dissi. E ovviamente, lei si fermò qualche metro più in là.

Fummo tosto raggiunte dal cammelliere, il quale, ridendo come un matto, riacciuffò per le redini la dromedaria e mi si avvicinò con circospezione. Dovevo avere un’espressione poco amichevole e gli ci vollero dei minuti per convincermi a risalire a bordo. Anche il resto del “Marrakech Express” era schiantato dalle risate e, mentre venivamo agganciate, diffidai il dottor C dall’esortarmi a rimanere “olimpica”.

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Verso le dune, sul dromedario (ph. Riccardo Cepach)

Tuttavia, siccome il fato è cinico e baro ma tende a rimettere in equilibrio le cose, la vendetta giunse quando arrivammo all’accampamento. Era l’imbrunire, già si vedevano le prime stelle nel cielo ametista e la posizione che avevamo dovuto mantenere per ore e ore non aveva giovato né ai maschi del gruppo, né alle due vecchiarde canadesi che si erano sganasciate più di tutti gli altri. Scesa a terra, io mi limitai a sgranchire le gambe mentre gli altri, con alterna fortuna, si massaggiavano schiene e interno coscia, niente affatto pronti a chinarsi per entrare nelle tende e prepararsi il giaciglio.

Il dottor C, fra un “ahi” e un “uh”, mi accompagnò in un piccolo giro fra le dune color antracite intanto che la guida e i cammellieri accendevano il fuoco per preparare la cena.

Mangiammo nella tenda più grande, destinata a noi stranieri, seduti per terra a gambe incrociate, scambiandoci racconti di viaggio e ascoltando i canti dei nomadi. Fuori, la notte gelida era immensa, non capivi dove finiva la terra e nuotavi in un oceano di stelle. La stanchezza era tanta; mi addormentai profondamente, avvolta nelle coperte di lana grezza, mentre gli altri chiacchieravano.

Il saluto al sole nascente

Ci svegliarono all’alba. Dovevamo ripartire, in modo da essere a Erfoud entro mezzogiorno, visitare la Valle del Dadès e arrivare a Marrakech in tarda serata.

La vista ancora offuscata dal sonno, mi accorsi di essere sola nella tenda. Scostai le coperte e uscii all’aperto, trovandomi davanti le due canadesi. Una stava meditando, l’altra salutava il sole che faceva capolino da dietro le dune.

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La nostra tenda nel deserto (ph. Riccardo Cepach)

I cammellieri preparavano le bestie e scambiavano qualche commento con la guida, ridacchiando sotto i baffi.

Nessun dottor C all’orizzonte e nemmeno tracce di Antoine e Valérie.

La guida mi fece cenno di risalire la grande duna di fronte e, non appena mi incamminai, una figura nera, alta, coperta dalla testa ai piedi da un mantello con cappuccio, si stagliò contro la luce arancione del sole nascente. Chi mai poteva essere? Un predone del deserto, venuto per rapirci? Le canadesi ne sarebbero state felici…

Strinsi le palpebre, schermandomi gli occhi. Quando mi vide, il predone incappucciato incominciò a scivolare giù dalla duna, affondando nella sabbia fino al ginocchio e, di tanto in tanto, mormorando qualcosa che suonava simile a un “Ma va’ in mona, va’”.

Possibile? Forse un antico dialetto berbero…

“Ma va’ in mona, va’! No go serado ocio. E ‘desso, daghe avanti, altre quatro ore de masinamento de bale.”

È probabile che abbiate inteso, diversamente, significa: “Accidentaccio, non ho chiuso occhio. E ora dovrò sopportare altre quattro ore in una posizione che davvero non si confà ai miei genitali.”

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Il “Marrakech Express”

“Bonjour!”

Antoine e Valérie ci raggiunsero sorridenti, ignari del dramma che si stava consumando, scherzando sul fatto che il dottor C, con la coperta in testa, poteva essere scambiato per un predone del deserto.

“Buongiorno, amore” dissi, con il tono più dolce che riuscivo a tenere, dato che stavo soffocando una risata che tentava in tutti i modi di esplodere.

Il dottor C bofonchiò qualche altro “va in mona” e si diresse verso la tenda ma fu intercettato da una delle canadesi, la quale, presolo sotto braccio, si mise a spiegargli quanto fosse rigenerante fare yoga all’alba e che, se si fosse messo nella posizione del saluto al sole nascente, si sarebbe ricaricato di energia.

Certa gente, senza saperlo, rischia la vita per i motivi più futili.

Il dottor C rispose con un rictus così terribile che la canadese mollò istantaneamente la presa.

Dopo pochi minuti il “Marrakech Express” era di nuovo in cammino.

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