10. Sette giorni in Sudafrica – I

Questa è la prima parte della storia del viaggio di una settimana in Sudafrica, fatto con un gruppo di colleghi ad Aprile scorso (2018), alla scoperta della meravigliosa natura, del soffertissimo passato e delle bellezze di Johannesburg, Cape Town e della Penisola del Capo.

Da Johannesburg al Pilanesberg Park

Atterriamo all’aeroporto di Johannesburg alle 8.30 del mattino con un volo Alitalia diretto da Roma e saliamo a bordo del pullman che ci porterà al Pilanesberg Park.

La strada sfiora Pretoria, la città nella quale tutt’ora vivono i discendenti dei primi coloni olandesi, gli afrikaaner, poi prosegue nel Gauteng, la regione il cui nome fa riferimento alla corsa all’oro e ai diamanti, dei quali il Sudafrica è ricco.

townshipDal finestrino è un susseguirsi di township, i sobborghi poveri nei quali vivono soprattutto i lavoratori delle miniere per l’estrazione di oro e diamanti.

Il Pilanesberg è un parco privato a forma circolare, che sorge dove anticamente c’era il cratere di un vulcano, ed è circondato da colline di lava solidificata.

Fu costruito a completamento del progetto di Sun City e popolato da qualche migliaio di esemplari animali, fra i quali una ventina di specie di mammiferi, compresi i “Big Five”.

Pilanesberg_02Alloggiamo nel Kwa Maritane Bush Lodge, un posto paradisiaco con una grande terrazza che si affaccia su un minuscolo stagno e una porzione di vallata e sulla quale sono sistemati i tavoli per la colazione e il pranzo.

Appena arrivati, ancora scombussolati dal lungo volo, andiamo a mangiare qualcosa.

Pochi metri più sotto, un piccolo gruppo di zebre pascola tranquillamente facendoci entrare dolcemente nell’atmosfera africana. Tra circa un’ora partiamo per il safari!

Il safari nella valle del Pilanesberg

dig Saliamo a bordo di un camioncino con tendalino e iniziamo l’esplorazione del Parco con la speranza di vedere qualche animale.

Tato, il “nostro” ranger, ci dà le istruzioni per un’entrata rispettosa e sicura “in the wild”.

Il giro dura un paio d’ore e riusciamo  anche a fare qualche incontro: il kudu, una specie di cervo con le corna “a cavatappi” (nei maschi adulti) accompagnato dalla famiglia (la femmina e due giovani esemplari); l’impala, che è una piccola antilope; lo gnu, e poi, in uno stagno, il coccodrillo, abbarbicato su uno scoglio e intento al pasto. Poco più in là, l’ippopotamo, che nuota a pelo d’acqua, si immerge e subito riemerge stronfiando.

Pilanesberg_04È il tramonto. Tutti sperano di vedere i grandi felini, i mitici predatori, mentre quella che ci si presenta, anticipata da un fetore via via più intenso, è la carogna di un rinoceronte nero.

Tato ci spiega che in questo caso il predatore è stato un nostro simile. Nonostante le recinzioni da zona militarizzata, purtroppo accade ancora che qualche bracconiere riesca a intrufolarsi attraverso le reti elettrificate scavandovi al di sotto per cacciare uno dei “Big Five”.

Quando scompare anche l’ultima luce, il camioncino accende i fari e imbocca uno sterrato. Ad un certo punto ci fermiamo. Un serpente sta attraversando la strada.

Pilanesberg_05

In Sudafrica ci sono parecchie varietà di serpenti. Il “nostro”, sollevato da Tato con una pertica in modo da farcelo vedere e subito dopo lasciato andare, è letale.

Passato il brivido, percorriamo ancora un piccolo tratto di fuoripista e rientriamo nel comprensorio del Maritane. Nell’ampio giardino del ristorante Bush Braai Boma c’è un grande fuoco e la cena è davvero ottima: succulenta carne di manzo e kudu cotta alla brace o in umido, verdure saporite e dolci al cucchiaio.

L’atmosfera è rilassata e conviviale. Siamo quasi alla fine del pasto quando inizia a piovere. Sta per iniziare la stagione invernale e quindi è normale l’arrivo di qualche perturbazione.
Ritorniamo alle nostre stanze sotto una pioggia battente: stanotte dormiremo bene!

Dal Pilanesberg Park a Johannesburg

Il mattino seguente la sveglia suona alle cinque ma, siccome ha piovuto tutta la notte, i ranger ci sconsigliano di fare la seconda sessione del safari. Peccato, tuttavia questo vuol dire che, rispetto alla tabella di marcia, abbiamo recuperato qualche ora e possiamo partire subito per Joburg (così i sudafricani chiamano la loro città) per andare a visitare il museo dell’Apartheid.

Prima, però, abbiamo la possibilità di fare un giro con il pullman per le strade della “old Johannesburg”, che ora sono appannaggio praticamente esclusivo della comunità nera.
I quartieri della città “vecchia” si estendono fra due ponti, il Nelson Mandela Bridge e il Queen Elizabeth Bridge. In questa zona, fatta di palazzi perlopiù fatiscenti e abitata da molti immigrati degli stati confinanti con il Sudafrica, i bianchi non mettono piede.

Joburg_11Johannesburg, tuttavia, è anche una città moderna, con grattacieli e una city, e molto popolosa: qui vivono circa 15 milioni di persone, di cui la sola Soweto, il sobborgo dal quale partì il movimento destinato a cambiare la faccia del Paese, ne conta 5.

Le township di Johannesburg, invece, sono molto povere. Ci abitano tutti quelli che hanno lasciato i loro villaggi con la speranza di trovare un lavoro migliore in città e costruirsi una casa ma non ce l’hanno fatta.

Oggi, comunque, dopo la fine dell’Apartheid e la presidenza di Nelson Mandela, la nuova classe dirigente comprende sia bianchi che neri e perfino Soweto, per non compromettere il flusso turistico, si è “tranquillizzata”. Questo, soprattutto, grazie alle donne che lavorano e che spesso gestiscono ristoranti.

digJohannesburg, quindi, mantiene due anime ben distinte ma storicamente possiede anche uno spirito multiculturale. Non dimentichiamoci che qui, oltre alle popolazioni africane e ai coloni olandesi, inglesi e francesi, arrivarono anche indiani e malesi.
A testimonianza del fatto, pranziamo in un ristorante alle soglie della “old Joburg”, a un paio di isolati da una township, gestito da sudamericani. Un piccolo angolo di Uruguay e Argentina in Sudafrica che ci ha offerto della buonissima carne alla griglia e un ambiente davvero friendly.

Museum of Apartheid

La visita al Museo dell’Apartheid è un’esperienza di quelle “forti”, dalle quali esci con un misto di tristezza e speranza.
davTristezza, perché il regime razzista che entrò in vigore subito dopo la Seconda Guerra Mondiale e terminò all’inizio degli anni Novanta fu uno dei capitoli più bui della storia dei diritti umani; speranza, perché la giovane guida che ci accompagna lungo un terribile viaggio nella segregazione è un ragazzo nero coltissimo e questo, nonostante debba ancora passare del tempo per poter avere una società perfettamente integrata, è il segno evidente che le cose stanno cambiando.

Il Museo presenta una serie di ricostruzioni, foto, filmati e documenti che portano il visitatore a farsi un’idea abbastanza precisa di cosa significasse vivere in quel regime; si incomincia fin dalla doppia entrata quando, di fronte al bivio “Bianchi” / “Non bianchi”, si riceve un biglietto (a estrazione casuale) sul quale c’è scritto da quale accesso sarà consentito entrare, indipendentemente dal colore della propria pelle… e dalla propria volontà.

digUn modo molto chiaro per far comprendere l’arbitrarietà di certe decisioni politiche riguardo ai temi razziali (“Non bianchi” sono anche gli indiani, che pure con noi bianchi hanno in comune il ceppo indo-europeo) e culturali.

Proseguendo all’interno, in un dipanarsi di sale e corridoi, si attraversano gli ultimi ottant’anni di storia sudafricana.

fcvebSi vedono le celle di isolamento nelle quali furono rinchiusi i dissidenti, le forche che pendono dal soffitto sopra le lapidi con i nomi dei “suicidi” in carcere, i documentari sulla rivolta di Soweto, sulla vita di Nelson Mandela e le foto che testimoniano il riconoscimento del mondo intero di fronte alla sua opera di liberazione della sua gente.

All’esterno, i pilastri sui quali si fonda la nuova Repubblica del Sudafrica, fra i quali spicca la stele con incisa la parola: RESPECT.

digMentre raggiungiamo il pullman arriva l’acquazzone quotidiano.
Lungo la strada per l’aeroporto – abbiamo il volo per Cape Town – vediamo le strade allagate e la guida ci dice che la township di Joburg adesso sarà sommersa.

Sapevo che l’oppressore era schiavo quanto l’oppresso, perché chi priva gli altri della libertà è prigioniero dell’odio, è chiuso dietro le sbarre del pregiudizio e della ristrettezza mentale. L’oppressore e l’oppresso sono entrambi derubati della loro umanità.
Nelson Mandela


Il Sudafrica su:


Nota: tutte le foto di questo post sono state scattate da me.

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