1. A Tale of San Francisco

Hello, San Francisco
Oh, we finally got a chance to meet
Hello, hello San Francisco
Wo, we finally got a chance to meet
I knew someday
That I would walk up and down your hilly streets
Ciao, San Francisco
Oh, finalmente abbiamo avuto la possibilità di incontrarci
Ciao, ciao San Francisco
Wo, finalmente abbiamo avuto la possibilità di incontrarci
Sapevo che un giorno
Avrei camminato su e giù per le tue strade collinari

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ph. Riccardo Cepach
da Hello San Francisco, di Buddy Guy, 1972)

L’occasione per volare oltreoceano arrivò nella tarda primavera del 2000, giusto un anno prima che il mondo cambiasse per sempre.

Il dottor C aveva vinto un assegno di ricerca e – complice il fatto che avevamo conosciuto Jack Hirschman, poeta newyorkese residente a San Francisco, venuto a Trieste per un reading (potete leggere un resoconto dell’incontro qui), il quale ci aveva invitati ad andarlo a trovare – il dottor C decise che Berkeley fosse proprio il posto giusto da cui iniziare la sua indagine.

Per me, che in quel periodo ero appassionata di letteratura beat e nelle mie poesie scimmiottavo i vari Ginsberg, Ferlinghetti, Corso e leggevo i romanzi di Kerouac e Burroughs, era la realizzazione di un sogno.

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Welcome to North Beach

Quando arrivammo a San Francisco,  in una calda mattina dell’agosto, io e il dottor C, flippati dal fuso orario, avremmo dovuto raggiungere l’indirizzo di North Beach che il nostro poeta ci aveva lasciato e chiamare certi suoi amici per farci portare le chiavi del suo appartamento. Jack, infatti, in quelle settimane si trovava a Londra, presso la casa di sua moglie, la poetessa e pittrice Agneta Falk.

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Io, Jack Hirschman e il dottor C. (ph. Agneta Falk)

Consapevoli di non essere mentalmente in grado di affrontare nulla se non il sonno, rimandammo il rendez vous all’indomani e prendemmo una stanza d’albergo.

L’hotel, di cui non ricordo il nome, era piuttosto anonimo ma aveva bellissime scale anticendio esterne, quelle sulle quali di solito nei film avvengono inseguimenti fra criminali o storie d’amore clandestine, e dava su “La Pantera Café”, all’angolo fra Columbus e Vallejo, proprio nel cuore di Little Italy.

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La Pantera Cafè (ph. Riccardo Cepach)

La mattina seguente ci decidemmo a contattare i nostri “uomini all’Havana”. Per prima cosa, quindi, bisognava procurarsi una scheda telefonica. Entrammo in una rivendita di tabacchi e io passai il primo esame d’inglese. Poi mi venne in mente che, cavolo, avevamo finito le sigarette e, ormai sicura di riuscire a comunicare con gli indigeni, chiesi due pacchetti di Camel.

L’esercente rimase a guardarmi fisso.

Io sorrisi: Okay, amico – pensai – siamo dei reietti, lo so che qui in California siete diventati tutti salutisti e che i tizzoni della Summer of Love sono acqua passata, ma diavolo!, tu vendi sigarette, io NON sono incinta e NON ti ho chiesto una pipa da crack.

Con estrema cortesia, parlando lentamente, ripetei la richiesta, mettendoci anche il “please”. Magari, vedendo che ero una persona educata, si sarebbe ammorbidito.

Dall’altra parte del bancone, l’uomo non mosse un muscolo. Dopo qualche secondo, incominciò a fissare la vetrina alle sue spalle, grattandosi il mento.

Il dottor C avanzò l’ipotesi che il problema fosse di tipo fonetico.

Il tabaccaio accarezzò la vetrina e, con voce flebile, mi chiese quali sigarette volessi.

Eh, ma allora hai capito, bello mio – pensai. CAMEL, voglio due pacchetti di CAMEL (santoddio). E, mentre il dottor C si accasciava sul bancone, gli mimai la camminata di “Walk like an Egyptian” (perché sui pacchetti, all’epoca, dietro al dromedario, c’era la piramide) facendogli anche il gesto che secondo me voleva dire “gobba sulla schiena”.

Non so come, il nostro uomo alla fine capì e, con un sorriso enorme cominciò a ripetere “Chemol, Chemol”, porgendomi i due pacchetti.

Pagammo, uscimmo e andammo in cerca di un telefono.

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ph. Riccardo Cepach

Al terzo squillo rispose una voce femminile. Uno degli “uomini all’Havana”, infatti, si rivelò poi essere una strepitosa quarantenne, tipo Julianne Moore in Magnolia, Rebecca, la quale ci diede appuntamento in zona, di fronte a uno dei sancta sanctorum di North Beach, il Caffé Trieste, locale fra i più gettonati, manco a farlo apposta, dalla Beat Generation e – come avremmo presto scoperto – da altri scrittori e artisti, compreso il nostro Jack.

In che modo ci saremmo riconosciute, chiese Rebecca? Non mi venne nulla di meglio da dire che ero bionda e alta. Lei disse che era okay e che sarebbe arrivata in Vallejo in una ventina di minuti.

Un piccolo “Chelsea Hotel” in Frisco

Pushed the door open and said in a gravelly voice: “Not this time Baby – but I will be back again”

Spalancò la porta e disse con voce ghiaiosa: “Non stavolta Baby: ma ritornerò”

(da Il leone sul serio, di Allen Ginsberg, 1958)

Il “Chelsea” è a New York, okay, ma l’hotel nel quale si trovava la stanza di Jack, proprio sopra il Caffé Trieste, seppure molto, molto, molto meno blasonato, era strapieno di artisti di tutti i colori.

Il problema era che, quando arrivammo, anche la stanza di Jack era strapiena, nel senso che in assenza del legittimo occupante, era stata colonizzata dalla vicina, tale Nellie, o qualcosa del genere, non ricordo bene, e Nellie era pittrice e quindi una stanza in più dove mettere le tele le faceva comodo.

Rebecca spiegò a Nellie, o qualcosa del genere, che eravamo amici di Jack appena arrivati dall’Italia e che ci doveva fare la cortesia di sloggiare.

Nellie, o qualcosa del genere, non la prese bene. Urlò che aveva già la sua età, il mal di schiena e di sicuro non poteva sbaraccare per colpa di due pischelli venuti da chissà dove, lei che aveva il diritto d’uso della stanza quand’era libera.

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Autoscatto con i quadri di Agneta

“She’s crazy, but don’t worry about it. She’s not dangerous” sussurrò Rebecca. Poi, con un tono che non lasciava spazio a ulteriori rifiuti, disse a Nellie che l’avremmo aiutata a portar fuori le sue cose.

Il dottor C, già innamorato di Julianne Moore, si offrì subito per il trasloco e Nellie, sbraitando e pestando i piedi, incominciò a passargli i quadri.

Rebecca mi sorrideva, soddisfatta. Mi disse che prima, al telefono, non mi aveva creduta. Come poteva essere alta e bionda un’italiana? Poi mi aveva vista e in effetti… Ma ero sicura di essere italiana? Mentre il dottor C gestiva la vecchia leonessa imbronciata, che però si capiva avere un debole per i giovanotti bruni, le raccontai qualcosa di Trieste, e di come avevamo conosciuto Jack.

Adottati dal quartiere

Una mattina che non doveva andare a Berkeley, mentre io ancora dormivo come un piombo sotto i quadri di Agneta e i libri di Jack che arrivavano fino al soffitto, il dottor C scese al Caffé Trieste a prendere la colazione.

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ph. Riccardo Cepach

Tornato in camera con due cappuccini e un vassoio pieno di dolci, mi svegliò.  Non stava più nella pelle, gli era appena successa una cosa incredibile, disse. Io guardavo imbambolata ora lui, ora la sveglia, pensando che era tardissimo e non c’era più speranza di trovare acqua calda nelle docce comuni. Che cavolo gli era successo di così eclatante da giustificare il fatto di avermi svegliata? Presi il bicchiere del cappucino e mi accesi una sigaretta, a un passo dal fastidio.

“E insomma, sono in fila alla cassa e c’è quella ragazza castana, hai presente?”
No. Non ho presente.
“Ma sì, dai. Quella che l’altra sera ci ha portato le birre.”
Okay, va bene, fa lo stesso. Spero tu non mi abbia svegliata per testare la mia memoria visiva.
“No, no, stammi a sentire. Allora, ecco, io sono lì che faccio la fila, no?”
Uhmpf.

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ph. Riccardo Cepach

“Quando arriva il mio turno ordino due cappuccini e poi volevo prenderti i brownies ma li avevano finiti.”
(Grazie, che pensiero carino. Ma… tic-tac, tic-tac, anche la mia pazienza sta per finire)
“Comunque, la ragazza mi guarda e mi dice: sei italiano, vero?”
(Cavolo, perspicace l’amica…)
“Io le dico di sì. Ah, e di dove? mi chiede lei.”
(Meno male che il caffè è buono. Anzi, ottimo.)

“Di Trieste, rispondo io.”
(Uh, anche il muffin non è male.)
“Eh, sì… fa lei, di Muggia.”
Hai capito male, chissà che cavolo ha detto.
“No, te lo giuro! Anch’io sono rimasto di sasso, e…”
Cioè, fammi capire, è una che si è trasferita da Muggia a San Francisco perché studia pure lei a Berkeley e per mantenersi fa la cameriera al Caffè Trieste?
“Nooo…”
“Ma te l’ha detto in italiano?”
“Sì, ma solo quella frase: “Eh, sì… di Muggia”. Poi ha continuato a parlare in inglese.”
Ho capito, ha i parenti a Muggia.
“Fuochino..”
Okay, falla finita, dimmi chi è ‘sta tizia, cosa vuole da noi, e nessuno si farà male.

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ph. Riccardo Cepach

“E’ la nipote del fondatore del Caffé Trieste, scema. Suo nonno, Gianni Giotta, partì da Rovigno e arrivò qui negli Anni Cinquanta. Stasera, lei e la sorella vogliono che usciamo insieme. Ci presentano i fidanzati e siamo invitati a una festa in nostro onore, sabato prossimo. Veniamo da Trieste, loro hanno ancora parenti a Muggia. Ci vanno in estate, qualche volta. Qui siamo a Little Italy. E’ una questione di ospitalità.”

Da quel giorno fummo adottati, e fu bellissimo. Viva la solidarietà degli emigranti.

E, per la cronaca, Muggia è una cittadina istroveneta in provincia di Trieste, dalla quale provengono entrambi i nostri padri.

Da Chinatown a Russian Hill, da City Lights Books a Spec’s, e ritorno

Uuh, le notti di Frisco, fine del continente, fine dei dubbi, di tutti i melanconici dubbi e stupidaggini, addio.

(da Sulla strada, di Jack Kerouac, 1957)

Potrei fare il solito elenco di posti da vedere a San Francisco ma sarebbe inutile perché lo trovate in qualsiasi guida e qui, invece, si raccontano storie. A voi, nel caso ci andiate (e, se potete, fatelo) il compito di studiarvi l’itinerario.

Perciò, oltre a quello che vi ho già detto su North Beach (una piccolissima parte), vi lascio solo  un paio di nomi, quelli dei luoghi che mi hanno fatto amare questa città, di giorno e di notte:

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Il dottor C a Chinatown

Chinatown, perché è una città nella città; Russian Hill, perché da lì avete una vista impagabile su Frisco e sulla Baia e ci sono Lombard Street e Barbary Lane (un must per chi ha letto I Racconti di San Francisco di Armistead Maupin); City Lights Book, la mitica libreria e casa editrice dei Beat;  il bar più “sovversivo” di Frisco, dove il proprietario, chiuse le serrande, dava il via libera al fumo e dove si sono trovate generazioni di “Sotterranei” (il nome completo è Specs’ Twelve Adler Museum Cafe).

Infine, una canzone. Medley (Jack & Neal , California & Here I come), di Tom Waits.

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