Da ammiratrice sfegatata di Banksy quale sono, non potevo certo mancare all’appuntamento con il film di Marco Proserpio “The man who stole Banksy” (L’uomo che rubò Banksy) presentato al Torino Film Festival 2018 e proposto nella prima serata di Capsule Collection, una rassegna dedicata a cinema, arte e architettura organizzata da Bonawentura presso il Teatro Miela di Trieste.

Walls

“L’uomo che rubò Banksy” è un documentario che racconta la storia di uno degli stencil più famosi del misterioso e sfuggente artista britannico, quello nel quale si vede un soldato israeliano che esamina i documenti di un asino, realizzato sul muro di una casa di Betlemme.

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La vicenda della rimozione dell’opera dal muro e del successivo tentativo di vendita a collezionisti e case d’asta da parte dei due co-protagonisti, viene utilizzata da Proserpio per parlare innanzi tutto dei palestinesi, delle loro condizioni di vita, ma anche – è l’altro tema portante del film – del business legato all’arte, della libertà dell’artista e del problema del diritto d’autore.

Sotto quest’ultimo aspetto, infatti, Banksy è un artista che continua, con i suoi atti, a schierarsi apertamente contro la mercificazione dell’opera: potrebbe diventare milionario, visto quanto vengono quotati i suoi stencil e i suoi quadri, eppure mantiene rigorosamente l’anonimato. Vuole restare libero dal business, insomma.

Colomba di Banksy con giubbotto
Banksy – Armoured-Peace Dove [via Wikipedia]

Nel film, perciò, la voce narrante di Iggy Pop si interroga su diversi punti:  è lecito staccare un graffito da un muro per rivenderlo al miglior offerente? Il muro non appartiene all’artista, ma l’opera?

Ancora: nel caso di Banksy, che non manca di sconfessare aste, collezioni e perfino mostre organizzate intorno alle sue opere, con che diritto viene fatto mercato dei suoi graffiti?

In fondo, l’azione di Banksy è chiara: come nel caso degli stencil fatti in Palestina o sulla porta di servizio del Bataclan (rubato anche questo), il suo intento è quello di portare l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica su temi molto concreti e urgenti, che riguardano la violenza, l’ingiustizia e tutti gli effetti nefasti che sostengono la società dei consumi.

Stesso obiettivo del suo Walled Off Hotel, costruito con “vista muro” e diventato una mecca per gli artisti di tutto il mondo.

E voi, cosa ne pensate?


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