Inglese, spinto dalla “fame del viaggio”, che l’ha portato dall’Occidente all’Oriente, dalla Thailandia al Tibet, da Papua Nuova Guinea alla Cambogia e in moltissimi altri luoghi.

Creatore di personaggi – come scrive in un suo articolo l’amica Mary B. Tolusso, giornalista e autrice di romanzi, che di recente l’ha  intervistato per Il Gazzettino in occasione della partecipazione a Pordenonelegge 2017 – mossi da un “desiderio di sparizione”, in un Oriente “dove, come lui stesso ha dichiarato, approdiamo quando gettiamo la spugna, quando percepiamo che nessuno ci amerà più.”

Autore del best seller “Bangkok.

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Lawrence Osborne by Lantygirl (Own work) [Public domain], via Wikimedia Commons

Lawrence Osborne (qui la biografia ufficiale) nasce in Inghilterra nel 1958, studia Lingue Moderne a Cambridge e Harvard, si trasferisce per una decina d’anni a Parigi (dove, nel 1986, scrive il suo primo romanzo) e poi inizia la sua “vita da nomade”, che lo porta a New York, in Messico, a Istanbul e a Bangkok, dove attualmente vive e lavora.

Osborne, oltre a scrivere romanzi e racconti, collabora con varie riviste e periodici come The New York Times Magazine, Playboy, Newsweek, eccetera, con i quali pubblica un po’ di tutto: articoli di scienza, medicina, critica letteraria, cucina e viaggi.


Bangkok

Wang_Lang

Qualche anno fa vivevo in un quartiere che si chiama Wang Lang. Da dove siedo adesso, con davanti agli occhi i treni per Manhattan che sfrecciano sul ponte di Brooklyn, il mio terrazzo sul fiume a Bangkok sembra un paradiso perduto, per sempre. (…) A questa stessa ora, mentre New York è tutta cupi drammi e luci artificiali, il Chao Phraya si popola di monaci soavi, che dondolano sui taxi d’acqua. Difficile immaginare due città più diverse. A Bangkok il tramonto è color zafferano, e il fiume dà un senso di pace. I monaci scendono al molo di Wang Lang coi loro ombrelli e i loro rosari – le mala, un grano per ognuna delle centootto passioni umane enumerate da Avalokiteshvara – e guardano il farang al balcone, e il suo gin tonic, con l’aria ironica e distaccata di chi si chiede, “Allora è questo, un uomo solo?”. (Bangkok, incipit)

Bangkok, in fondo, è (quasi) tutto in queste prime dieci righe: un romanzo che parla di occidentali condannati alla solitudine, uomini in fuga che hanno scelto l’antitesi (o ciò che credono sia l’antitesi) del loro mondo di provenienza, un mondo freddo, spietato, nel quale sono risultati perdenti.

Wat Phra Kaew - monaci
Wat Phra Kaew, monaci

C’è chi ha perso sul piano della condizione sociale, chi ha fallito nel seguire la propria passione; tutti, invariabilmente, hanno alle spalle una disfatta nelle relazioni personali.

Per questo, infatti, Bangkok è anche un romanzo pieno di compassione.

Tramite l’io narrante, è come se Osborne, per voce di Lolant, si calasse nei panni di un monaco buddista e cercasse di osservare in maniera “distaccata” e allo stesso tempo “compassionevole”, le vite di alcuni espatriati in Thailandia.

Vite di farang (stranieri) in una città nella quale le passioni e le contraddizioni umane – per come sono vissute dagli occidentali (o da altri, come la signora giapponese a caccia di avventure sessuali) e cioè con senso di colpa – trovano una singolare forma di accoglienza e tolleranza. Qualcosa, insomma, che potrebbe assomigliare molto al perdono, e all’amore.

Bangkok_copertina


Era un uomo strano, sempre in fuga, uno di quegli zii perduti che ci sono in ogni famiglia. Si presentano a Natale per tre giorni, aprono i pacchetti, suonano il piano, e l’unica cosa che si sa di loro è che conducono una vita remota, vagamente sospetta, che con i valori della famiglia non ha nulla a che spartire. (pg.113)

McGinnis, l’alter ego del protagonista, il suo gemello di conradiana memoria, è l’esempio tipico di occidentale in fuga.

McGinnis, è chiaro, fugge prima di tutto da se stesso e poi, nonostante si trovi in una società nella quale il confine fra i sessi e il rapporto con il corpo non sono oggetto di particolare repressione, fugge anche dal potenziale giudizio degli altri farang perché, pur essendo a loro volta degli esuli, in qualche modo rispecchiano ancora la “galera” che si è voluto lasciare alle spalle.

Eppure, McGinnis è anche colui che – verso la fine del romanzo – durante una delle scorribande notturne insieme a Lolant, ci fa sospettare che nella Città degli Angeli vi sia la possibilità di un riscatto perfino per un occidentale perduto, spiegandoci “a modo suo” il profondo legame fra Bangkok, città della Madre d’Acqua e i kathoey:

“I buddisti hanno una spiegazione tutta loro, che parte dalla tolleranza profonda dei thai per tutto quanto riguarda quest’unica sfera – la sfera dell’amore. (…) L’idea è più o meno che i peccatori prima si reincarnanao come kathoey, poi rinascono eterosessuali. Sarebbe a dire, in una vita precedente siamo stati tutti kathoey. (…) Se ci pensi ti gira la testa. In un’altra vita ogni donna è stata un uomo, e ogni uomo una donna. E tutti e due, uomini e donne, sono stati transessuali. C’è di che diventare tolleranti, non credi?”

Poco più avanti, quasi a confermare il presagio di una guarigione molto prossima, anche il nostro Lolant si prodiga per illuminare la visione sul terzo sesso e, dando ragione a McGinnis, ci porta a una citazione piuttosto interessante, dalla quale si capisce che per i buddisti thai la condizione di kathoey (e di omosessuale) non è vista come peccaminosa o gravata da colpe karmiche.

“Cambiare sesso” dice Bunmi, un autore buddista “non è peccato. È peccato non seguire, nel sesso, la retta via.” Ma sta parlando agli eterosessuali.

Infine, per Lolant stesso, e proprio grazie alla semplice domanda di un kathoey, giunge il momento di rinascere, di staccarsi dai suoi fantasmi (che alcuni spiriti femminili a Bangkok girino tranquillamente nei vicoli non è un caso…) e trovare la sua liberazione.


I libri di Lawrence Osborne tradotti in italiano

Dal sito di Adelphi:

Cacciatori nel buio, 2017
Bangkok, 2009
Shangri-La, 2008
Il turista nudo, 2006

In Wikipedia, invece, trovate l’elenco completo delle opere.