Il nostro tour della Trieste Ebraica incomincia dal Cimitero Israelitico e prosegue con la Sinagoga.

Il Cimitero ebraico di Trieste

Il primo cimitero israelitico fu fatto costruire nel 1426 nell’attuale via del Monte in un terreno di proprietà del figlio di tale Solomon Zudìo, che abbiamo già conosciuto nell’articolo sulla storia della Comunità Ebraica di Trieste.

Michele, infatti, acquistò una vigna in quella che all’epoca si chiamava Contrada Santa Caterina, soprannominata “la via che mena alle forche” perché portava sotto San Giusto e al piazzale dove venivano eseguite le impiccagioni.

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Entrata del Cimitero Ebraico di Trieste

Il Cimitero Israelitico attuale, invece, risale al 1843 e si trova in via della Pace, ovvero nelle vicinanze del Cimitero Monumentale di Sant’Anna e delle altre necropoli acattoliche.

Appena si entra, sulla destra, si vede l’ossario che ricorda la traslazione di resti anonimi dal terreno del vecchio cimitero, avvenuta all’inizio del Novecento.

Paola, la nostra guida, ci spiega che la traslazione venne eseguita secondo un rito che evitava alle ossa dei defunti di entrare in contatto con l’aria. Sapete perché? Perché la riesumazione dei corpi, secondo l’ebraismo, è un sacrilegio.

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Tomba a chiostro Morpurgo-Parente

Sempre all’entrata, di fronte all’ossario, ci sono l’imponente tomba a chiostro dei Morpurgo-Parente, quella neoclassica dei Morpurgo- De Nilma e quella a cappella gotica degli Ara-Cohen.

Si tratta delle sontuose tombe delle famiglie che tanta importanza ebbero per l’economia cittadina fra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento e che ora versano in stato di abbandono.

Camminando per il Cimitero, purtroppo ne incontriamo molte altre in questa condizione: oggi la Comunità conta circa 500 persone e questo significa che tante famiglie, alle quali spetterebbe la manutenzione dei sepolcri, non esistono più a causa della shoah o, comunque, non vivono più a Trieste.

Infatti, imboccando il primo viale sulla destra, ci troviamo davanti la stele commemorativa dei deportati nei campi di sterminio sulla quale sono scritti centinaia di nomi.

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Stele commemorativa

Poco prima si trova la “casa di preparazione” dei morti, al cui esterno, appesa al muro, c’è una bacinella rituale a due manici che deve essere usata per purificare le mani quando si esce dal cimitero.

Altra cosa che mi colpisce sempre quando visito i cimiteri ebraici è la presenza massiccia di alberi e piante e quella di sassolini e pietre appoggiati alle lapidi.

Paola mi spiega che, rispetto agli alberi, la ragione sta nel fatto che per la legge religiosa essi non si possono sradicare per non ostacolare la terra nel suo compito di accogliere le spoglie dei defunti.

Per quanto riguarda i sassolini, invece, il motivo sta nell’antica tradizione che ricorda il passaggio del popolo nel deserto, quando gli unici elementi che si potevano usare per segnalare una sepoltura erano proprio le pietre.

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Tomba del fratello di Italo Svevo, morto ad appena 23 anni.

Proseguiamo la passeggiata; all’inizio del primo viale sulla sinistra incontriamo la tomba di Elio Schmitz, fratello talentuoso del più famoso Ettore, alias Italo Svevo, che invece è sepolto nella tomba Veneziani a Sant’Anna.

Altra tomba particolare è quella di Margarete Amstein: il sepolcro, infatti, non rispetta del tutto la regola secondo la quale è proibito rappresentare i defunti e non vediamo la morta semplicemente perché lo scultore l’ha coperta con un sudario di marmo.

La visita al cimitero si conclude dopo aver passato in rassegna molte altre tombe di scrittori e maggiorenti della Trieste che fu e aver ascoltato le spiegazioni e gli aneddoti di Paola Alzetta su personaggi più noti e illustri sconosciuti.

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La strana tomba di Margarete Amstein

Raggiunta l’uscita, chi va a prendere la macchina, chi l’autobus. Dobbiamo spostarci in centro città perché il tour nella Trieste Ebraica prosegue alla volta della sinagoga.

La Sinagoga

La Sinagoga di Trieste, inaugurata nel 1912, è una delle più grandi d’Europa e si trova in via San Francesco d’Assisi, proprio dietro al Caffè San Marco.

Come tutte le sinagoghe del mondo, anche questa è orientata a est, ovvero in direzione di Gerusalemme.

La sinagoga fu progettata dagli architetti (non ebrei) Ruggero e Arduino Berlam, i quali vollero andare alle radici dell’architettura medio-orientale, con i suoi grandi volumi e gli effetti di chiaroscuro tipici della tradizione siriaca.

sinagoga_07Le pareti esterne, specialmente quella orientale, sono ornate da boccioli di melagrana, foglie di vite e una placca che rappresenta il pettorale di Aronne, il fondatore della casta sacerdotale,  decorata con 12 piramidi, simbolo delle 12 tribù di Israele.

Il rosone, rivolto a nord, riprende il “Magen David”, lo Scudo di Davide, ovvero quel simbolo che per noi è noto come “Stella di David” e il cui significato, con i due triangoli, uno che punta verso l’alto, e l’altro verso il basso, rimanda a un legame d’amore imperituro fra Dio e l’Uomo.

Il triangolo con il vertice che punta in alto è l’Uomo che cerca Dio, viceversa, il triangolo con il vertice che punta verso il basso, rappresenta Dio che cerca l’Uomo.

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Magen David, lo Scudo di David

L’interno della Sinagoga

Lo spazio interno non si può fotografare per questioni di sicurezza ed è realizzato riprendendo lo stile delle basiliche romane, con una suddivisione in tre navate.

In realtà, si finisce per scoprire che ci sono due sinagoghe: una grande, con le enormi Menorah (candelabri a sette bracci che simboleggiano i sette giorni della creazione) ai lati della navata centrale e dell’arca che custodisce le Tavole della Legge, e una piccola, più raccolta, che ospita anch’essa la Torah, con i banchi e l’armadio sacro costruito in cedro del Libano.

Ambienti diversi e ugualmente suggestivi dei quali, il più grande, non è “kosher”, cioè non riprende la tradizione, perché l’officiante si trova a voltare le spalle ai Rotoli e ospita un organo (di shabbat, nessuno strumento viene suonato).

Se, come vi consiglio, decidete di fare un tour con Paola Alzetta (info a fine post), scoprirete un’infinità di altre cose, sia sulla Sinagoga, sia sulla tradizione ebraica.

Una, fra le tante, che mi è rimasta impressa è la storia collegata ai candelabri a 9 bracci (chanukiah) e agli 8 giorni della Festa del Miracolo della Luce (Chanukkah), che si celebra a partire dal tramonto del 24 Kislev (più o meno intorno a Natale).

La Festa delle Luci

Secondo la leggenda, quando la Palestina era occupata dai Maccabei e gli ebrei erano perseguitati per la loro religione, il Tempio fu profanato. Giunto il momento della riconsacrazione, non restava che una piccola ampolla di olio sacro per accendere i candelabri perenni.

La quantità d’olio era davvero insufficiente a mantenere viva la luce, ma il miracolo avvenne: la menorah rimase accesa per 8 giorni, cioè il tempo necessario alla produzione di nuovo olio.

È per ricordare questo che, durante la festa, e procedendo da sinistra verso destra, si usa accendere una candela a sera con la nona candela (chiamata “shammash”, il servitore).

cucina_ebraicaLa Festa delle Luci coincide, grosso modo con il solstizio invernale e – come per il nostro Natale o altre tradizioni europee come San Nicolò e Santa Lucia – prevede doni per i bambini e un menù abbondante, soprattutto di fritti, dolci e salati, a rievocare l’olio sacro.

Presa dalla curiosità e dal desiderio di approfondire, a fine visita sono andata nel bookshop e ho comprato un libro sulla cucina ebraica, scoprendo così che sulla tavola degli ashkenaziti (ebrei del nord Europa) non possono mancare gefillte fisch, latkes e frittelle di mele e patate, mentre su quella dei sefarditi (ebrei del sud Europa) moussaka, montone con prugne secche e frittelle di noci e patate.

Riporto qui sotto la ricetta dei gefillte fisch, il piatto più celebre della tradizione ashkenazita, che vede come ingrediente principale la carpa (ma vanno bene anche altri pesci d’acqua dolce come la trota e la tinca):

gefillte_fischLa ricetta dei gefillte fisch

INGREDIENTI PER 4 PERSONE

1 kg. di pesce pulito, 2 uova, 3 cucchiai di farina di azzime (o pangrattato), 2 cipolle, 2 carote, 3 coste di sedano, 2 cucchiai di zucchero, sale e pepe.

PREPARAZIONE

Preparare un brodo con le teste del pesce, 1 cipolla, le carote e le coste di sedano a fette, abbondante acqua, sale e pepe. Far bollire per 15-20 minuti su fuoco medio, schiumando ogni tanto.

A parte, preparare le polpette. Macinare la carne del pesce e unirla all’altra cipolla affettata, alle 2 coste di sedano tritate, alle 2 uova sbattute, alla farina di azzime, più il sale, il pepe e i 2 cucchiai di zucchero.

Amalgamare bene l’impasto e formare le polpette con le mani bagnate. Cuocere le polpette nel brodo di pesce, al coperto, a fuoco basso per almeno 1 ora. Scoperchiare e consumare il brodo per circa mezz’ora.

Togliere le polpette dal brodo, farle raffreddare. Servirle ben fredde, con una gelatina ricavata dal brodo di pesce.


INFO PRATICHE

Visite guidate alla “Trieste Ebraica”
Per info:
dott. Paola Alessandra Alzetta
mobile: +39 349 1086117
email: paolaalzetta@hotmail.com

Club Touristi Triestini
https://clubtouristitriestini.blogspot.it
email: ctt.club.touristi.triestini@gmail.com


Tutte le foto di questo post sono state scattate da me.


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