Trieste e il Carso. Come viverlo e assaporarlo, anche da viandanti

Il mio carso è duro e buono. Ogni suo filo d’erba ha spaccato la roccia per spuntare, ogni suo fiore ha bevuto l’arsura per aprirsi. Per questo il suo latte è sano e il suo miele odoroso. Egli è senza polpa. Ma ogni autunno un’altra foglia bruna si disvegeta nei suoi incassi, e la sua poca terra rossastra sa ancora di pietra e di ferro. Egli è nuovo ed eterno.
(Scipio Slataper, Il mio Carso)

Stanjel
Stanjel (San Daniele), paese tipico del Carso sloveno – ph. Riccardo Cepach

Il Carso è un altipiano di roccia calcarea che si estende dall’Italia alla Croazia, dalle province di Gorizia e Trieste alla Slovenia e termina con il massiccio del Velebit, sopra la costa dalmata.

Attraversando paesi diversi, il Carso è suddiviso in Carso goriziano, Carso triestino, Carso sloveno e Carso istriano.

Il Carso, un territorio unico

Pini neri, piantati nell’Ottocento dagli Austriaci per un’opera di rimboschimento, lecci, roveri, arbusti di sommaco (lo scotano, l’ “albero di nebbia”) che in autunno sembrano fuochi nella landa. Falesie a picco sull’Adriatico. E le grotte fatate, scavate dal fiume Timavo.

sommaco
Il sommaco, o scotano. ph. Luigi Nacci

La conformazione della roccia carsica, permeabile all’acqua, ha permesso il formarsi di una miriade di grotte e doline, le tipiche conche a forma di imbuto che si incontrano spesso durante le camminate nei nostri boschi.

Ma non solo: il Carso offre panorami mozzafiato con vista sul mare e tanti sentieri per chi ama camminare o andare in mountain bike; paesi abbarbicati sulle alture con casette in pietra e viuzze lastricate, vigneti, orti, e le famose osmizze, rivendite private dove, per qualche settimana all’anno, si può bere e mangiare in compagnia.

Hrastovlje
La chiesetta fortificata di Hrastovlje, Slovenia – ph. R. Cepach

Le grotte del Carso

Fin da piccola, ho sempre avuto la passione per le grotte; fra la provincia di Trieste e la Slovenia ce ne sono tantissime ed è tradizione organizzarvi feste, illuminando la discesa nelle profondità della terra con centinaia di candele.

Tuttavia, se non vi capita l’occasione giusta o preferite non rischiare di infangarvi le scarpe, potete visitarne, in tutta sicurezza, almeno tre veramente spettacolari.

La Grotta Gigante, che si trova a circa 10 km dal centro di Trieste, è un’enorme cavità che iniziò a formarsi dieci milioni di anni fa, fu esplorata per la prima volta nel 1840 e aperta al pubblico già nei primi anni del Novecento.

1024px-General_view_of_Grotta_Gigante_from_the_exit_stairs
Grotta Gigante – ph. By Daniel Molina García [CC0], from Wikimedia Commons

Seguendo il percorso turistico si può scendere fino a una profondità di 101,10 metri rispetto all’ingresso mentre, per i più avventurosi, c’è la possibilità di scegliere il percorso “speleo” e arrivare, tramite un susseguirsi di pozzi e gallerie, a una profondità di ben 252 metri dalla superficie.

Le Grotte di San Canziano/ Škocjanske Jame, che si trovano in Slovenia nei pressi di Divača, a circa 15 km dal confine di Trieste, sono le mie preferite perché in esse si inabissa il leggendario fiume Timavo che riemerge, dopo 34 km, a Duino, in provincia di Trieste.

Le Grotte di San Canziano sono patrimonio UNESCO dal 1986 e offrono uno scenario davvero suggestivo.

Sentire il rombo del fiume sottoterra e ammirare il Gigante, una stalagmite alta 15 metri, sono esperienze che, da sole, valgono la vista.

1024px-SkocjanCaves
Grotte di San Canziano – ph. Jabbi [Public domain], da Wikimedia Commons

Sempre in Slovenia, infine, ci sono le Grotte di Postumia/Postojnska jama, una specie di superattico del mondo ipogeo.

In effetti, 21 km di saloni e gallerie non sono pochi e Postumia vanta il primato di essere il parco sotterraneo più esteso del Carso, il più visitato d’Europa e l’unico ad avere un trenino.

Proprio per la loro vastità le Grotte di Postumia sono note come “le regine del sottosuolo” e continuano a ospitare – nelle zone più riposte e lontane dai turisti – molte specie animali, compreso il famoso Proteus, un piccolo anfibio cieco dalla singolare pelle “umana”.

Le osmizze, cantine private aperte al pubblico

Il frasco indicante la mescita privata pendeva dal pilastro di un portone e aveva già richiamato alcune automobili.
Era una vera osmizza coi tavoli sotto il pergolato e la cantina spalancata agli avventori di maggiore familiarità o pretesa, che volevano gustare il vino dalle botti.
(Fulvio Tomizza, L’amicizia)

Da maggio a settembre, soprattutto durante il week end, i triestini amano andare in osmizza, magari dopo una bella passeggiata nel bosco.

Le osmizze, il cui nome deriva dalla parola slovena “osem”, che significa “otto” (l’origine però è incerta: secondo alcuni si riferisce agli otto giorni di apertura inizialmente consentita, secondo altri all’ottavo, unità di misura con la quale veniva servito il vino) a Trieste sono chiamate anche “frasche”, cioè fronde, e – se ci fate caso, passando in macchina per le strade del Carso – sono segnalate da frecce di legno dipinto di rosso alle quali viene attaccato un ramoscello.

osmizza
Un “calice” di Terrano – ph. Riccardo Cepach

In osmizza, di norma, si beve vino e si mangiano salumi e uova sode, tutto prodotto “in casa” e fino a esaurimento scorte.

L’ambiente è rustico (se non lo è, vuol dire che siete capitati in un agriturismo) e, talvolta, se la compagnia è allegra al punto giusto, saltano fuori le chitarre e incominciano i canti.

Quali sono i vini del Carso? La triade D.O.C. è composta da Terrano, Vitovska e Malvasia.

Il primo è un rosso quasi viola, aspro e corposo, che tinge le labbra e la lingua; gli altri due sono bianchi: leggera e al profumo di mandorla la Vitovska, color oro, fruttata e aromatica la Malvasia.

A proposito del vino prodotto in Carso, ho trovato questa leggenda:

L’origine del Carso
Quando Dio ebbe terminata la creazione del mondo gli avanzò un mucchio di sassi ed allora ordinò all’angelo Gabriele di spaccarli e di buttarli in mare. L’Arcangelo si mise al lavoro, riempì un sacco con tutti quei sassi frantumati e portò via il pesante fardello. Il diavolo lo vide mentre passava sopra l’altopiano del Carso, l’inseguì di soppiatto e tagliò le cuciture del sacco. Tutta la gran massa dei sassi rotolò fuori e ricoprì l’intera zona fino al mare. Il Signore però ebbe pietà della povera gente del Carso e fece nascere su quel terreno roccioso la vite che dà il vino migliore di questa terra.
(Anton von Mailly, Leggende del Friuli e delle Alpi Giulie)

Camminare in Carso

Carso_07
Monte Ermada – ph. R. Cepach

Adesso che sapete lo stretto necessario per godervi il nostro altopiano, andiamo a conoscere una guida della Compagnia dei Cammini, Luigi Nacci, che da anni conduce gruppi di viaggiatori “a piedi”, e non solo fra boschi e doline, per scoprire come vivere il Carso da viandanti.

«La viandanza è una vita nuova, una soglia, un’altra dimensione in cui le nostre fantasticherie di sognatori diurni si realizzano. I viandanti non sono vacanzieri. Vacanza ha che fare col vuoto. Viandanza col pieno.»
(Luigi Nacci, dal “Decalogo del viandante (non del camminatore)”

Io, il dottor C e Luigi (qui il suo sito, nel quale racconta i tanti cammini fatti in Italia e in Europa) ci conosciamo da un bel po’ di tempo, anche se lui è molto più giovane di noi.

Una sera ci invita a raggiungerlo alla prima tappa del Cammino “Carso aspro, dolce, autunnale”.

dav
Viandanti alla Locanda “da Mario”, Draga S. Elia

Luigi e il suo gruppo ci aspettano alla “Locanda da Mario”, un ristorante tipico carsolino: siamo i primi “ospiti” che vengono a incontrare i viandanti lungo i loro giorni di cammino per condividere pensieri e storie su questa terra complicata e bellissima.

Un’occasione splendida per rivedere un amico, conoscere persone nuove e interessanti e regalarvi l’intervista che segue.


Ciao Luigi, in un articolo di qualche anno fa scrivi che “Camminare in Carso è difficile”. Difficile perché – sintetizzo – il Carso è un territorio denso di flora, fauna e, soprattutto, memoria storica. A ogni passo è come se uno si trovasse a dover fare i conti con i morti, con la guerra… Insomma, si tratta di un cammino particolare. Le persone che camminano con te come reagiscono a questa esperienza?

Carso_09In tutti i modi. C’è chi non si aspettava un territorio così denso e complesso e decide di approfondire, chi ne rimane stravolto per il sangue e le vendette e l’accanimento della Storia, chi ritrova qui i fantasmi dei propri avi e sceglie il raccoglimento, chi invece arriva già preparato, con solidi studi alle spalle.

Tutti sono accomunati da qualcosa: la curiosità, lo sbigottimento, la sensazione di essere in una terra affascinante e maledetta.

Un aspetto che, parlando con alcuni del tuo gruppo, mi ha colpito molto è la fiducia immediata che sono disposti a dare alla guida e al cammino. Conoscono le tappe principali, ma non i dettagli del percorso. Sono attrezzati in caso di mal tempo, ma non possono prevedere se dovranno affrontare una tempesta. In base alla tua esperienza, quali sono i momenti nei quali una guida deve prestare particolare attenzione per mantenere salda questa fiducia?

La guida, secondo me, è un facilitatore. Tu non conduci un gruppo, tu prendi un’accozzaglia di sconosciuti nel punto di ritrovo, all’ora prevista, e hai il compito di trasformare quella massa informe in un gruppo che non avrà più ore previste.

Carso_06
Il Carso è pieno di sentieri da percorrere a piedi o in bicicletta.

Hai soprattutto un compito: fare sì che nessuno rimanga in fondo. Per me esiste solo una legge: il passo dell’ultimo. È la regola che do quando ci incontriamo. Se impariamo a rispettare quella, tutto il resto verrà da sé.

Aspettare chi è più lento, aspettare che ci siano tutti prima di mangiare, rispettare i bisogni degli altri e in particolare di chi è il più fragile e così via.

Io non so se le persone hanno fiducia in me. Però so che se io per primo rispetto la legge dell’ultimo, sentono che le mie non erano solo parole al vento, alla bora.

La guida migliore credo sia quella che, una volta formato il gruppo, arretra fino a sparire.

È molto difficile, perché l’ego e il protagonismo sono ostacoli reali, ma quella è una buona strada.

E se qualcuno si perde? Ti è mai successo?

Carso_04
Il Carso è splendido, specialmente in autunno… – ph. R. Cepach

Può accadere che una persona si apparti per andare a fare i suoi bisogni nel bosco e il gruppo non se ne accorga, ma non che qualcuno prenda un’altra via, proprio perché la legge dell’ultimo prevede che si attenda.

Mi arrabbio quando le persone saltano i bivi o gli incroci. Perché voglio far capire loro che devono essere concentrati, non stanno passeggiando in città, non sono di fronte alle vetrine, non è la città quella che attraversano.

Nel bosco devi starci con tutto te stesso e tutti i sensi che hai.

Quando saranno soli, come faranno? Io voglio che tutti diventino autonomi, che possano guidare a loro volta, e affinché ciò sia possibile c’è bisogno di attenzione, di non stare in superficie, di scendere. Si scende anche mentre si sale…

Dopo il Luigi guida, veniamo al Luigi viandante. Tu hai pubblicato due libri sulla viandanza, “Alzati e cammina” e “Viandanza. Il cammino come educazione sentimentale”. Fra il primo e il secondo, cosa è cambiato nel tuo modo di camminare?

Non è cambiato il modo di camminare. È proseguito lo studio.

Cammino per conoscere meglio me e il mondo in cui sopravvivo. È un lungo viaggio di iniziazione, o di formazione, o di destrutturazione.

Più cammino, meno mi importa del camminare. Più chilometri faccio, meno penso ai chilometri.

cop_alzati_e_cammina_stampaMi chiedo: il cammino è, tra le tante, una possibilità di trasformazione dell’individuo? Se sì, esistono degli elementi che tornano, che possono essere codificati? Che cosa perdo, che cosa acquisisco? Quali effetti ha, questa vita nomade, sulla mia vita sedentaria? Miglioro come essere umano? Perché?

Ecco cosa è cambiato tra il primo e il secondo libro: sono aumentati i dubbi e le domande.

Per aiutarla a fare il primo passo, cosa diresti a una persona che, come me, da un lato è attratta da questa esperienza ma, dall’altro, teme di non farcela?

Direi questo: non farlo. Non c’è niente sul sentiero che tu non possa trovare a casa o dietro casa tua, nelle parole e nei silenzi di chi divide lo spazio e il tempo con te, nei libri, nella musica, nella filosofia, nello studio delle religioni, nell’allegria della conoscenza non finalizzata a se stessa. Non metterti in cammino. Continua la tua vita.

Se però questa risposta ti infastidisce, se muove qualcosa dentro di te, se ti irrito, allora avevi già deciso di provare – la tua domanda era rivolta a te stessa e non a me.

Ci vuole un maestro per mettere un piede davanti all’altro?

viandanzaSe hai due gambe e la salute, puoi farlo. Se hai due gambe e ti manca la salute puoi farlo. Puoi farlo anche, e l’ho visto, se hai una gamba sola, o se sei in carrozzina.

Il primo passo è roba tua. Dipende da te. Sembro brutale, lo so, ma lo sto dicendo con gentilezza.

Sì, infatti tu sei una persona gentile. Per concludere, c’è qualcos’altro che vuoi aggiungere?

Grazie per questa domanda.

C’è: vorrei dire a chi sta leggendo di ricordarsi il tempo in cui, da ragazzo, da bambina, sognava di diventare qualcosa di grande. Non conta cosa.

Non l’astronauta, il parrucchiere, la scrittrice, la postina, ma l’astronauta atterrato per primo su un pianeta ignoto, il parrucchiere che ha tagliato i capelli ad una divinità, la postina che ha recapitato il messaggio che sancisce la fine della guerra, la scrittrice che vince il Nobel e non lo ritira… abbiamo sognato molto e in grande da bambini. Poi cosa è successo?

Ecco, il cammino fa tornare al tempo del sogno a occhi aperti. Questa è, secondo me, una delle ragioni per cui non si fa più ritorno dal primo cammino.

Si va altrove. Si abita un’altra soglia. Ci si fa viandanti. Un mondo popolato da creature libere e non ricattabili, visionarie, leggere, non interessate al potere e al denaro, è un mondo in cui vorrei far crescere i nostri figli.


Terminata l’intervista, ci godiamo il pasto. Un grande grazie a Luigi Nacci e a tutte le persone che ho conosciuto quella sera. Chissà che non ci si riveda sulla via…


INFO PRATICHE


Libri di Luigi Nacci:

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Create a website or blog at WordPress.com

Su ↑

Astro Orientamenti

Ri Orientarsi, alla ricerca del nostro baricentro interiore

Eliaroundtheworld

viaggi cibo arte

S.O.Th.Ra.

Somewhere over the rainbow

jessicamur_

Non è mai troppo tardi per fare ciò che ti piace!

Secreta neapolis

Associazione Culturale

looking for europe

non solo viaggi, ma solo in Europa

Café Africa

Conversations on a continent to be known

Giovanni Pistolato

Blog letterario

LUOGHI D'AUTORE

Il Magazine del Turismo Letterario

frida.ib

Open your mind and your smile.

La Tartaruga Volante

...verso l'infinito e oltre!

ViaggiAutori

Itinerari per viaggiatori

katniss2016

C'è un solo tipo di successo: quello di fare della propria vita ciò che si desidera. (Henry David Thoreau)

Uomini e lighthouse

Un blog sui fari

*BeRightBack

viaggi mordi e fuggi in giro per l'Europa

Una bionda con la valigia

A tutte le donne che viaggiano da sole. Perchè alle volte si può chiudere tutto il proprio mondo in un trolley e portarlo con sè.

TrREat - Travel - Read - Eat

“The world is a book and those who do not travel read only one page”

Riccardo Fracassi

" Non lasciare che gli altri scrivano la storia della tua vita "

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: