My soul is in Trieste. Breve storia di un ritorno

Non smetteremo di esplorare. E alla fine di tutto il nostro andare ritorneremo al punto di partenza per conoscerlo per la prima volta.

(T. S. Eliot)

Trieste, città della libertà

Cresciuta a Venezia, sono ritornata a Trieste, mia città natale, dopo la maggiore età.

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Il Golfo di Trieste visto dalla collina di Gretta durante la regata Barcolana

Avevo circa vent’anni e non ne potevo più di render conto di come fossi vestita o di quanti soldi avesse la mia famiglia.

Ricordavo che a Trieste, le volte che venivamo a trovare mia nonna paterna, a nessuno per strada pareva importare granché della marca dei jeans o delle scarpe che indossavo.

Avevo ragione e torto allo stesso tempo, ma tant’è: mi trasferii con il proposito di frequentare l’Università e respirare un po’ di quella libertà che tanto mi era mancata a Venezia negli anni del collegio.

All’inizio, tolti un paio di amici di mio padre, non conoscevo proprio nessuno. Mi ero iscritta a Filosofia e legavo soprattutto con gente di Udine e Pordenone, forse perché il mio accento tradiva una diversa provenienza e ai triestini pareva fossi  istriana.

Fra “Ti te son de Trieste” e “Ti ti xe da Trieste” (Tu sei di Trieste, la prima affermazione è in triestino, la seconda in veneziano) scorrono rubiconi di aquile e leoni.

O stai con gli uni, o con gli altri.

Ma come?  Non ero sbarcata in una vera città cosmopolita, libera, nella quale le donne, rispetto al resto d’Italia, andavano nei Caffé da sole già secoli prima del femminismo e dove a ogni angolo di strada sentivi parlare lingue sconosciute?

La città delle “mule” (ragazze) alte, bionde o more, ma comunque indipendenti, dei capitani di mare e dei ricchi mercanti con i cognomi che finiscono in “er”, “ch”, “os”, “is”…

“Quei col ci acca xe i s’ciavi.”

Venezia
Venezia, Riva degli Schiavoni vista dal motoscafo

Quelli che hanno il cognome che termina con la c e la acca sono gli slavi, detto in modo più o meno spregiativo, a seconda che l’interlocutore avesse un’età superiore o inferiore al mezzo secolo.

E avevo poco da far notare che Venezia agli Schiavoni, che tanto l’avevano ammirata e sostenuta, specialmente contro i Turchi, aveva dedicato un’intera Riva, la fondamenta dalla quale si vede San Giorgio, proprio dietro Piazza San Marco.

“Quei che finissi in er xe dei tempi de l’Austria-Ungheria.”

I cognomi che finiscono in “er” risalgono al periodo dell’Impero Austro-Ungarico.

“E i altri xe i greghi.”

Gli altri – quelli che terminano con “os” o “is” – sono i cognomi di origine greca.

Un micro-trattato di storia, sociologia e geografia politica in tre frasi.

Tanto per chiarire che a Trieste il passato era (ed è) ancora lì, ben saldo, e non soltanto nelle facciate dorate dei palazzi di Ponterosso, nelle cupole azzurre della chiesa serbo-ortodossa, oltre il cancello del tempio greco o fra le colonne neoclassiche e cattoliche di Sant’Antonio.

Il passato era (ed è) lì, ben saldo, anche nella testa della gente, rintuzzato dai giochi della politica e dalle mitologie mitteleuropee, che tanta fortuna hanno portato a qualche scrittore nostrano.

Di una città non apprezzi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà ad una tua domanda.

(Italo Calvino)

Avevo forse immaginato una città libera perché libera non mi sentivo?

Trieste, città di confine

Meno di duecento chilometri di distanza fra Venezia e Trieste segnano un confine fra mondi talmente diversi che sentir definire Trieste “una città di mare vicino a Venezia”, accomunando inevitabilmente i due luoghi in base alla regola della prossimità geografica e alla somiglianza dei dialetti, mi è sempre sembrato lo stesso che apparentare Pechino e Tokyo per il fatto che gli abitanti hanno tutti gli occhi a mandorla e la lingua giapponese ha preso gli ideogrammi dal cinese.

Per capirlo in un lampo, se non si è sufficientemente sensibili o addestrati a distinguere i suoni della parlata, basta fidarsi del palato.

Provate a chiedere una minestra, piatto metaforico per eccellenza, essendo praticamente in qualunque posto del mondo il distillato culturale del popolo che l’ha creata, e scoprirete che il vero confine, per noi, rimane più a ovest che a est.

Barcolana_2017
Regata Barcolana – ph. Riccardo Cepach

Eppure il mare è anche qui. Anche qui si esce in barca a pescare.

Oltre a cani e gatti, per i quali il triestino ha una amore viscerale, possibile retaggio, mi dico, dei numerosi britannici di stanza o di passaggio, anche sardelle, orate, sgombri e branzini sono animali molto apprezzati.

Durante la mia prima estate a Trieste partecipai a diverse grigliate sulle spiagge sassose del litorale che va da Miramare a Sistiana e, ancora oggi, pure se fatte “di straforo” sperando di non venir individuati dalla Guardia Costiera o, più urbanamente, allestite in sagre rionali o giardini privati, le “griglie di pesce” con abbondanti libagioni di malvasia e tokai (con buona pace degli ungheresi) sono un classico dello stile di vita triestino.

grigliata
Grigliata al tramonto, in riva al mare

Ma allora, ritornando alla zuppa, come mai se qui, fra Venezia e Dalmazia, chiedete la minestra “tipica”, non vi arriva il brodetto ma la jota?

Diversamente dal Friuli, dalla provincia goriziana e dal litorale sloveno e istriano, dove pure è diffusa, la jota è una minestra che a Trieste hanno sempre mangiato tutti, poveri e ricchi.

La jota è una minestra che stava (e sta) sulla tavola del marinaio, del carpentiere, del muratore, del mercante, del barone e dell’intellettuale, purché saziasse e riscaldasse nelle fredde giornate di bora.

Mia nonna paterna diceva che “se la jota xe fata ben la xe fissa e el cuciar devi star in pìe” (Se la jota è fatta bene è densa e il cucchiaio deve stare in piedi, cioè, una volta immerso, rimanere fermo in verticale), ma quando incominciai a girare per i buffet, le tavole calde simili alle stube austriache (a fine post, trovate un elenco delle migliori), scoprii che ne esistevano varianti più liquide, brodose.

Lanterna_bora
Giornata di bora a Trieste, con raffiche a 173 km/h – ph. Riccardo Cepach

Obbligatoria, mi spiegarono, era la presenza dei crauti (capuzi garbi, ovvero acidi perché macerati in salamoia) altrimenti non si aveva che una comune minestra di fagioli e patate.

Insomma, la jota a Trieste è viva e vegeta, come il senso del confine. Provatela e, se volete, preparatela. Trovate la ricetta alla fine di questo post.

Trieste, città della nostalgia

La mia anima è a Trieste

scriveva James Joyce alla moglie in una lettera datata 1909. E un po’ d’anima a Trieste, chi ci è passato – non importa se per periodi brevi o lunghi – è destinato a lasciarla.

San_Vito
Uno degli scorci più belli sul Golfo dal colle di San Vito. In fondo, il castello di Miramare.

Il nativo, fra i quali ormai dopo più di vent’anni rientro anch’io a pieno titolo, se mai dovesse andarsene, smaltita la sbornia di entusiasmo per essersi affrancato dalle spire di questa città apparentemente immobile, è certo che passerebbe il resto della vita a sopportare le raffiche violente della nostalgia, sentendosi, sotto sotto, un traditore, uno al quale è mancato il coraggio di restare.

Sì, perché Trieste è una “Bella Addormentata” balcanica dagli zigomi alti e spigolosi e i triestini sono doppiamente vittime dell’incantesimo lanciato alla loro amata città.

Trieste è ambivalente: affascinante e indifesa da un lato, gelosa e possessiva dall’altro. Se provi a mollarla, te la fa pagare.

Lontan de ti Trieste no go pase

Lontano da te Trieste non ho pace, canta ancora oggi Umberto Lupi, autore popolare, narrando della nostalgia che affligge il triestino quando è lontano da casa.

Nostalgia per la quale, ad esempio, l’autoctono “tipo” si ostina a parlare il proprio dialetto con chiunque, a qualunque latitudine, come se fosse davvero una lingua franca.

Il bello è che, alla fine, talvolta l’impossibile accade; conosco europei, americani e perfino africani che, esposti al nostro dialetto, qualche frase idiomatica l’hanno imparata e se li rincontri non perdono occasione per ricordarla.

Per citarlo nuovamente, Joyce stesso, che a Trieste visse una dozzina d’anni, non fu immune al dialetto triestino. Quando, nel 1921, già si trovava a Parigi, scrisse all’amico Italo Svevo pregandolo di portargli il manoscritto del suo ultimo lavoro: “Ulisse, ossia Sua mare grega” (Ulisse, ossia sua madre greca).

Per comprendere l’espressione e la battuta che ne deriva bisogna sapere che questo è uno degli insulti più comuni a Trieste perché all’epoca, nei bordelli di Cavana e del Ghetto – di cui Joyce era un assiduo frequentatore – spesso le ragazze erano di origine ellenica, proprio come la madre di Ulisse…

Trieste, città della letteratura

Passarono gli anni. Finiti gli esami, dovevo scrivere la tesi. Fu così che, alla fine dei Novanta del secolo scorso, conobbi mio marito (che da ora in poi chiamerò “dottor C”) e con incredibile tempismo e lungimiranza, e senza saperlo, mi ritrovai in un romanzo di Svevo.

Svevo
Statua di Italo Svevo in piazza Hortis

No, mio marito non si chiama Zeno, ha il cognome che termina in “ch” e non per “ini” (la citazione si riferisce a Zeno Cosini) ma, un po’ come accadde a casa Malfenti, anche se nel nostro caso non fu un vero e proprio ripiegare, ci fu uno scambio di sorelle: la mia, che nel frattempo si era trasferita a Trieste, aveva mollato Ca’ Foscari e trovato l’amore in un batterista commesso in un negozio di dischi, me lo presentò come suo amico con fama di gran studioso.

Il dottor C era già laureato in Lettere e stava per iniziare il Dottorato di Ricerca: chi meglio di lui avrebbe potuto darmi le dritte giuste per impostare il lavoro e concludere degnamente il mio percorso accademico?

All’epoca, nessuno di noi due era libero. Io stavo con un altro con il cognome che finiva in “ch” con il quale avevo viaggiato in lungo e in largo per l’Asia ma non andavamo più d’accordo.

Il dottor C stava con una fanciulla del Friuli ma, come si dice da queste parti, anche là c’era “maretta” (mare mosso) e, insomma, per farla breve, dopo qualche mese, laureata,  sfidanzata e sfidanzato, ci rivedemmo.

Avete presente la classica figuraccia che non vorreste mai fare, tanto meno al primo appuntamento? Fatta. Ma con una nonchalance che tutt’ora mi strappa un sorriso. Se non altro perché, almeno quella volta, riuscii a togliermi una piccola soddisfazione, frutto, certo, della mia ignoranza (ma pur sempre di soddisfazione si trattò), nei confronti dell’icona (Italo Svevo) che tutt’ora ci accompagna nella vita familiare e in onore della quale si festeggia, ogni 19 dicembre che dio manda in terra, il compleanno, come fosse di persona viva.

A Trieste c’è sempre stato un sacco di gente che scrive. Si scrivono romanzi, poesie, saggi, di tutto.

Trieste vanta un numero stratosferico di associazioni letterarie, cenacoli, scuole di scrittura creativa, concorsi a tema, riviste letterarie, delle quali, alcune, blasonate, eccetera, eccetera.

Ergo,  anche io e il dottor C davamo del nostro. Lui sul fronte romanzo, io su quello dei versi.

dottorC
Un ritratto fedele del dottor C, nei versi di Ugo Pierri

Fatto sta, ci incontrammo nel suo giardino e dopo un paio di bicchieri di vino, saltò fuori il manoscritto. Nella mia testa suonò un campanello d’allarme del tipo: occhio che qui ti giochi l’affaire, tuttavia scostai intrepida il frontespizio e incominciai a leggere. Proseguii per una trentina di pagine, considerandole il numero congruo per manifestare il mio interesse e, allo stesso tempo, tenere un po’ sul filo l’autore che, come tutti gli scrittori alle prime armi, schiatta dalla voglia di sentire il parere del lettore.  Mi fermai. Lui fece finta di non guardarmi.

Ero in una posizione difficile. No adulazione, no stroncatura, anche perché quello che avevo letto mi era piaciuto.

C’era solo una cosa che mi era andata di traverso: l’incipit. Troppo antiquato, con un uso della lingua anacronistico, nettamente diverso rispetto allo stile del seguito. Se mi fossi dovuta basare sulle prime righe non sarei andata avanti e sarebbe stato un peccato.

Decisi di dirglielo così, in maniera chiara e onesta. E beccai una cantonata grande come una casa.

Il dottor C alzò lo sguardo dal tavolo di marmo e mi disse che quella “roba”, come l’avevo chiamata io, era una citazione da “La coscienza di Zeno”, il capolavoro evidentemente a me ignoto di un tale Ettore Schmitz noto, invece, all’universo mondo come Italo Svevo.

Voi cosa avreste fatto?

Io promisi di colmare la lacuna, ma mantenni la posizione. Detto tra noi, anche dopo aver letto la “Coscienza”, che è davvero un capolavoro, lo stile di scrittura di Svevo non è comunque fra i miei preferiti.

Da quel giorno iniziò la nostra storia e dopo qualche anno il dottor C diventò Direttore del Museo Sveviano e Joyciano di Trieste che, se passate di qui, consiglio caldamente di visitare.

Morale della favola: mai toccare Svevo a un triestino colto, anche se il triestino colto poi vi vorrà bene lo stesso.


I miei buffet preferiti, ” da Siora Rosa” e “Trattoria da Giovanni”, li trovate recensiti in Discover Trieste, sito ricchissimo di info sulla città.

Ed ecco, infine, la ricetta per preparare una jota triestina “come Dio comanda”…

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Trieste su:

 


NOTA: tutte le foto di questo post sono state scattate da me e dal dottor C.

2 risposte a "My soul is in Trieste. Breve storia di un ritorno"

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